“Prendere il volo”, fotografia di Ivano Mercanzin

La parte più difficile del giorno è la notte.

Finché c’è luce, il brillio evanescente dei ricordi non sempre si fa vedere: spesso se ne sta nascosto. Si confonde con lo sfavillare caparbio del sole d’estate sull’azzurro del cielo, con il candore delle tende chiare che svolazzano tra le pareti di casa, al muoversi del vento; con le voci della tivù, che diventano quasi sostanza solida, e mi proteggono. Ci sono giorni in cui, per alcuni attimi – momenti liquidi, che si dilungano fino a farmi perdere coscienza del tempo – mi sento di nuovo intero, come se non avessi nulla di così pesante a spezzarmi il cuore, come se ognuna di queste giornate fosse uguale alle migliaia che le hanno precedute, senza portare con sé altre verità. Allora, è come se il mio corpo fosse completo, come se i pezzi che mi si sono staccati di recente, senza nessun apparente sforzo e ignorando il dolore che da dentro mi corrode, tornassero tutti in sede.

Vorrei potermi scegliere un momento di pausa dalla vita, papà, e sarebbe questo: il giorno, in quegli attimi. Perché ignorare ciò che deve ancora succedere o vivere come se nulla fosse successo è un lusso. Vorrei poterne decidere la durata, anche: non avere altro in testa che la possibilità di decretare fino a quando rimanervi.

(Non conosco pena più grande del sentire, quando si sta male.)

Invece, d’un tratto succede un suono, un’immagine, un sentire. E il vuoto dell’assenza ripiomba dentro di me, con un fragore che mi prende ancora alla sprovvista.

Quando succede, se c’è luce vago per distrarmi, come faccio oggi, su questo molo. Tento di farmi prendere la testa da ciò che mi circonda, mi guardo attorno, inspiro, ascolto, e levo gli occhi al cielo per ricacciare indietro le lacrime. Me l’hai insegnato tu, tanto tempo fa, che se le metto in discesa allora le lacrime se ne tornano da dove sono arrivate. Alzo la testa in alto e deglutisco, attendendo paziente che se ne vadano. Funziona ancora, lo sai? Come quando me lo dicevi e io ero piccolo, ora che sono grande e non me lo puoi più dire funziona ancora.

Ma la parte più difficile del giorno, papà, è la notte.

E’ dal buio che esce con forza il ricordo. Prende forma in voci, la tua risata. In sguardi, l’amore nei tuoi occhi. In tocchi, la forza nelle tue mani gentili.

Ed è tutto così drammaticamente reale, quasi quanto è reale il fatto che non ci sei più. Mi guardo intorno, inspiro, ascolto. Ma vedo solo te, sento solo te.

(Definitivo. Ho imparato solo ora il significato di questo termine. Nella vita si passa attraverso molte cose che ci sembrano tali, ma nulla lo è davvero.
Solo la morte, lo è.)

Ma c’è luce, ora: si è fatta mattina. Il sole si è levato anche oggi e si nasconde giocoso in qualche anfratto, oltre le nuvole. Un po’ come te. A ogni passo che compio, l’aria mi satura le narici, inebriandomi. L’acqua ha un odore nuovo. Ce l’ho dentro, dappertutto, e a un tratto mi sembra di pesare tonnellate.

Lo so che non posso riportarti quaggiù, papà. Lascia almeno che ti raggiunga io.

Il vento soffia in direzione opposta ma ci sono abituato. Apro le mie ali e sono da te.

Aspettami.

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