“LAPIS”, fotografia di Ivano Mercanzin

Dal Giappone, mi hai portato delle matite. Una scatola giallo spento, fatta di una carta spessa ma non rigida, che mi era sembrata subito stranamente vissuta, anche se in dissonanza col fatto che fosse nuova. Ci sono delle scritte, sopra, che tuttora non so tradurre – qualcosa mi ha sempre spinta a tenermi alla larga dal cercarne il significato, come se in quegli incomprensibili disegni potesse celarsi il finale della nostra storia; a distanza di anni prendono ancora le sembianze di immagini, ai miei occhi. Non lettere, quasi vignette dal tratto un po’ infantile pregno di quella fantasia e quella sconfinata speranza nel possibile di cui siamo ricchi quando nasciamo e che allontaniamo mano a mano che ci facciamo largo sgomitando, in questa vita.

Non te l’ho mai chiesto, ma credo che me le immaginassi tra le mani, quando le hai acquistate quelle matite pallide, mentre scrivevo le mie storie fantastiche in un taccuino simile ai tuoi, con la copertina morbida e scura. Era stata proprio la reciproca passione per la scrittura a farci conoscere all’università, e a renderci da subito inseparabili. Ma quanto poco profonda è, la conoscenza, nei rapporti con gli altri. Non le ho mai usate, sai. Non uso più matite quando scrivo, non me le passo paziente tra le dita, come facevi tu, in cerca di un’ispirazione o rincorrendo un pensiero che minacciava di sfuggirti. Ormai, sono diventata brava a scrivere sulla tastiera del mio computer, perché il filo dei discorsi, nei miei pensieri, quando si srotola, lo sai, non sa frenarsi e la mia mano non sta dietro al suo ritmo. Non ci si riconosce. E’ come se la tastiera – e le mie mani, su di essa – sia divenuta il prolungamento della mia mente – cosa che invece, una volta, eri tu. E’ diventata il ponte attraverso cui ciò che la abita ne esce, traballante ma veloce, in una corsa che sfida il tempo, appunto. Non ne ho mai, da perdere, e sono spesso ancora in affanno. Il contrario di te, insomma, che invece le matite le amavi proprio per la calma e la pacatezza che ti trasmettevano. Chissà se le usi ancora come allora. Sono passati così tanti anni.

Insomma, le matite non fanno più per me.

A distanza di tutto questo tempo, le tue sono ancora intatte, dentro alla loro scatoletta, e aspettano di essere usate, da qualcuno che evidentemente non sono io. Mi sentivo così ferita, sai, quando me le hai regalate. Erano bastati pochi mesi in Giappone per far cambiare le cose. Forse le avevi comprate all’ultimo, in aeroporto, e avevi scelto la prima confezione che ti era capitata a tiro. Anonima e scolorita, quasi priva di vita. Così diversa da me.  Nei momenti di rabbia mi ero chiesta addirittura se non le avessi comprate per qualcun altro, chissà; era evidente che non fossero destinate a me, così banali, prive di personalità. Avevi dimenticato tutto, in così poco tempo.

Una cosa l’avevi azzeccata, però. Mi piace guardarle, ora, le matite. Annusarle  immaginando mani che sappiano andare incontro alla vita con la lentezza che merita, assaporando ogni singolo boccone senza pensare già al successivo, a ciò che succederà tra un’ora, tra un giorno, tra un anno, senza paura. Ho invidia, per quelle mani che non sono le mie, ma è una verità che ammetto di rado, in alcuni momenti, da sola con me stessa, quando il sapore delle cose nuove sparisce dalla mia bocca in un tempo che è dolorosamente troppo breve, e allora mi nasce in testa la domanda su come sarebbe andata se le avessi fatte con più calma, in altro modo. Non c’è una seconda occasione per rifarle come se fosse la prima volta. Come quel dannato giorno in cui, prima di ripartire, mi hai consegnato la scatolina gialla, con così tanta allegria nei tuoi occhi che non ho potuto fare altro che provare rabbia, abbassare lo sguardo, sussurrare un grazie forzato e andarmene velocemente, con la scusa che dovevo tornare al lavoro. Se avessi avuto una seconda occasione di vivere quel momento, di sicuro sarei rimasta incollata al tuo sguardo, senza mollare la tua immagine nemmeno per un attimo, per tutti gli ultimi minuti che mancavano alla tua partenza, allo scopo di conservare quel sorriso inalterato dentro alla mia mente e andarmelo poi a ripescare con la memoria, nel tempo. Invece no, avevo rovinato tutto, avevo abbassato lo sguardo, ferita, e frettolosamente ti avevo detto una bugia. E tu, hai sostituito l’allegria dei tuoi occhi con una qualche forma nuova di tristezza che mi sono portata dentro per molto tempo ancora, dopo quel giorno.

Forse, dovrei decidermi a fare la punta, almeno. A quelle matite, intendo. Credo che in Giappone abbiano capito che ogni inizio ha la sua importanza fondamentale sul resto dello svolgimento di una storia e, proprio per questo, abbiano deciso che ogni matita nuova non può avere la punta già affilata da chi le costruisce, ma che il compito di iniziarle sia in realtà un onore per chi ne diventa il proprietario. Beh, detta così, ha il suo fascino tutta questa storia… Ma te le hanno vendute monche, squadrate, senza una differenza tra il capo e la coda, senza una scritta, senza un verso. Oddio, sono così tristi.

Molte volte ho pensato di aprire quella dannata scatola, estrarle tutte e sei – ordinate in fila di due – e utilizzare il temperino. Anche se poi non le uso, anche se poi non le voglio usare. Anche se poi le rimetto dentro, le richiudo nella loro sala di attesa e me ne dimentico, per un altro po’. Ma l’immagine che mi si apre in mente è quella di una punta nata male, di un temperino che affila storto – i temperini della mia vita non hanno mai avuto lame perfette. Da questo tipo di cose non si recupera: ciò che nasce storto, lo rimane per sempre. Nessun tentativo di pareggiare la punta ha mai funzionato, e una volta che è fatta, non si può tornare indietro. E quindi?

In fin dei conti, si tratta solo dell’avere coraggio.

Ma oggi, è tutta un’altra storia. A distanza di anni, sono in questo bar del centro ad aspettarti – mi trema la voce solo al pensiero – e mi sento come le mie – le tue – matite chiuse in una scatola giapponese: con la punta ancora da fare. Le ho portate con me, perché così posso finalmente chiudere il cerchio, riprendendo da dove eravamo stati interrotti. Al cameriere ho già chiesto due bicchieri, vuoti: non mi piacciono i tavolini spogli, disadorni come certe tristi sale d’attesa. Il vetro mi piace, invece. La sua trasparenza mi fa sempre rinascere la speranza nelle connessioni umane, nei rapporti che si mantengono puliti giorno dopo giorno, che li puoi riempire di cose sempre nuove e diverse, ma la loro forma – ciò che è la loro essenza – non cambia. Il nostro vetro si è riempito di un sacco di sentimenti, nel tempo: gioia, affetto incondizionato, quello che non conosce nemmeno confini, e poi gratitudine, un senso di completezza mai provato con nessun altro, e ancora tristezza, grande e smisurata, impotenza, malinconia, assenza. E ora, di nuovo attesa e impazienza – e incredulità. Stai davvero tornando per restare? Il cameriere mi ha guardato strano, quando ho ordinato solo due calici vuoti. Ha in mente qualcosa, signora? Un vino fermo? Una bollicina?

Ho scosso la testa. Non ho in mente niente, non voglio nemmeno provare a pensarci. Le ultime volte che ho avuto in mente cose, con te, poi si sono rivelate errate, e ho paura di sbagliare, oggi che deve essere tutto perfetto, oggi che finalmente una delle persone più importanti della mia vita, l’altra metà della mia anima, torna per restare.  E’ stata colpa della scatolina, sai; quella forma mi ha ingannata perché nelle scatole piccole ci stanno le gioie grandi e invece quel giorno dovevi ripartire. Mi immaginavo la preziosa promessa di rimanere sempre uniti, anche se lontani, ma uniti. Sai, come quando ti capitano quelle strane coincidenze che ti fanno sentire tutto il calore di una vicinanza che non c’è. Immaginavo la promessa che ci saremmo pensati, scritti, videochiamati ogni giorno, a ogni ora del giorno e della notte come quando eri qui, perché il bisogno che avevamo l’uno dell’altro non sarebbe cambiato spostando uno dei due da qualche altra parte nel mondo. E invece, mi hai regalato una scatola di matite e sei partito! La vita spesso si srotola veloce come i pensieri miei sulla tastiera, e capita che certe cose si perdano, anche se così importanti, anche se si trattava di noi. Quelle cose rimangono incastrate in angolini anche per anni, a volte, e solo una volontà ostinata e una pulizia accurata e profonda le riporta alla luce.

Per ingannare l’attesa, prendo la borsa che ho appoggiato alla sedia vuota e ci immergo le mani. Mi meraviglia sempre come le nostre mani conoscano i fatti della vita meglio della nostra testa: vanno sicure, anche se non hanno occhi, per trovare ciò di cui hanno bisogno, guidate da un istinto o da una memoria che ricorda e riconosce spazi, cuciture, angoli ripiegati, cerniere, tasche. E’ commovente questo cercare che non smette di sperare. Eccola! La estraggo e la osservo alla luce ambrata della sera che le conferisce una patina ancora più vissuta, rivelando le impronte delle mie dita bagnate dall’attesa. Made in Japan è l’unica cosa che riesco a leggere sull’etichetta. Il resto, sono solo segni, immagini, disegni a cui ho dato via via il significato che ho voluto. Uno, in particolare, stretto in mezzo a quello che mi pare un albero di Natale senza addobbi e senza punta – ancora le punte – e una specie di totem indiano a quattro strati, ecco uno in particolare, dicevo, è quello che mi ha sempre affascinato e attirato. Ai miei occhi rappresenta una casa, sottile e alta, con il tetto proteso verso il cielo. E’ su questa casa, che ho fantasticato, le volte in cui riprendevo in mano il tuo regalo, cercando di dargli un significato che avesse senso per me. E’ stata il simbolo del nido da cui sei volato via, della sicurezza che andavi cercando in giro per il mondo, del nulla che mi ha fatto compagnia in alcuni momenti, del calore di un ritorno sempre immaginato e bramato, dei sorrisi a fine giornata, dei sogni di un futuro illuminato, del vuoto di un presente a tratti troppo severo. Sorrido e ci passo sopra le dita, come a volerne carpire la sostanza di cui la casetta è fatta. Ho sognato spesso anche di com’era fatta la tua, di casa, dall’altra parte del mondo, in un quotidiano a me sconosciuto che mi è spesso sembrato ostile. E ho immaginato mille volte, negli anni, l’attimo esatto in cui ti saresti voltato per l’ultima volta a guardarla – stanze, mobili, tende, una macchina per il caffè, forse, e qualche stampa colorata alle pareti – e ti saresti chiuso la porta alle spalle, trascinando una grossa valigia e un desiderio nel cuore.

Sorrido mentre mi porto la scatola vicino alle orecchie e la scuoto lentamente, per ascoltarne la voce. Intorno a me, persone che camminano parlando tra loro, risate, sprazzi di discorsi qua e là, cellulari che suonano, passi che risuonano, un vecchio brano di Benny Garland che arriva dall’interno del locale e qualche sbuffo di sigaretta; da una chiesa vicina esce soffusa una musica solenne da organo, intervallata dalla voce bassa e cantilenante di chi predica messa. Guardo in giro cercandoti tra i volti vicini e non smetto di sorridere. Il suono che esce dalla scatola mi ricorda quello sulle rotaie di un treno che, per una volta, posso decidere a che velocità fare andare. Le matite che sbattono tra loro hanno il rumore dei tuoi passi, che immagino frementi, pieni e impazienti, almeno quanto i miei che mi hanno condotto qui stasera, almeno quanto il movimento delle mie mani. La apro con l’ebbrezza che dà il pensiero di una grande gioia che sta per arrivare, ne estraggo una e me la rigiro tra le dita: nulla, né capo né coda, nessuna scritta o incisione a deciderne il verso, solo un pezzo di legno con dentro la grafite.

Qualche tempo fa, navigando in lungo e in largo in un sito di cancelleria per degli acquisti che dovevo fare, mi sono imbattuta per caso in una categoria di cui ignoravo l’esistenza: quella delle matite copiative. Non avevo mai letto quelle due parole accostate l’una all’altra, e non sapevo che significato dar loro, insieme; nella mia testa le cose, gli oggetti, i sentimenti, i mondi, tutto, insomma, preso singolarmente ha una propria essenza ben definita e risponde a una data categoria, che so come gestire. Quello che mi succede in casi come questo è che si crea per un po’ una sorta di caos nella mia testa, nel quale due essenze si contaminano e si influenzano, dando vita a una cosa nuova, che mi sorprende e mi destabilizza, prima di arricchirmi. Insomma, non lo sapevo, che esistesse la matita copiativa, e quando ho letto di questa cosa ci ho sorvolato sopra abbastanza velocemente. Ma poi, più tardi quel giorno ci sono ritornata su, perché qualcosa mi portava a ripensare alle tue matite dentro alla scatola giallo pallido e a quella categoria nuova. C’era forse un nesso? Non mi sono data una risposta, perché non so il giapponese e non so tradurre cosa diamine ci sia scritto sopra. Ma sai una cosa?  Non lo sapevo che la grafite potesse essere indelebile. Proprio così, questo è l’aggettivo con cui era descritta in quel sito. Che parola piena di meraviglia. Indelebile. Questo fatto è successo parecchio tempo fa, mesi, credo, ma mi è rimasto impresso nella mente. Una matita indelebile. Meraviglia! E’ cancellabile solo con abrasione, c’era poi specificato.

I miei pensieri paiono dei velocisti in gara, è sempre stato così, e questo lo sai bene perché mi conosci; a volte non ho nemmeno il tempo di afferrarli per decifrarli, prima che scompaiano, e spesso mi cullo in questa mia prerogativa, perché così non riesco a intristirmi o a soffrire o magari a gioirne. Il più delle volte, però, mi accorgo che mi perdo cose importanti. Quando c’eri tu, ci ritrovavamo ogni giorno a scriverci delle cose che ci passavano per la testa. Ci scambiavamo i nostri taccuini, e ognuno leggeva le storie dell’altro. Quante cancellature in quelle migliaia di parole scritte a matita: ci piaceva così tanto mettere mano nei pensieri dell’altro. Ma da quando sei partito, ho cambiato diversi computer; la tastiera la uso per questo, perché per scrivere dieci dita fanno più di ciò che una sola mano può fare e nessuno può entrare nelle mie pagine, cancellare e riscrivere, come facevi tu. Ne ho smarriti meno, di pensieri, da quando ho iniziato a buttarli giù al computer, catalogandoli in cartelle ordinate e nominandoli di volta in volta. Hanno un loro perché, un verso, una punta. E, soprattutto, non si cancellano. A meno che, ovvio, non faccia qualche disastro io, ma ho imparato a salvare e a fare anche il back up, per non perdere nulla. Tutto questo è successo da quando te ne sei andato e da allora la provvisorietà mi spaventa e rifuggo tutto ciò che mi rimanda a essa. Le cose che accadono non si possono cancellare e non sarebbe giusto che sparissero. In questo, il computer mi aiuta a sedimentarle, a farmi sentire le radici ben piantate a terra, senza rischio che qualcosa voli via. Ecco perché non uso da anni le matite. Ecco perché le tue le ho chiuse in un cassetto, dimenticate e poi ripescate, e così via, periodicamente.

Ma ho da poco scoperto che esistono le matite copiative e chissà, forse tu già lo sapevi. Lo sapevi quando hai deciso di partire per il Giappone, dicendomelo come se nulla fosse, facendomi cadere la notizia come un frutto maturo cade dal suo albero, con la logica che la vita, spesso, ci propina come inoppugnabile. Lo sapevi quando hai cominciato una nuova vita con nuovi amici, nuove abitudini, nuovi orizzonti, nuovi suoni, nuovi sapori. Lo sapevi quando, alla tua prima veloce visita di ritorno in Italia, mi hai salutata senza smettere di parlare, con la musica allegra dei racconti che ti riempiva la bocca e le mie orecchie, e quando mi hai dato in regalo la scatola di matite, dicendomi che mi avevi pensata in una piccola cartoleria piena zeppa di colori e taccuini e astucci. Ero io, a non sapere, allora. Quanto poco profonda è, la conoscenza, nei rapporti con gli altri, non è vero? Guardavo la scatolina gialla e pensavo solo che stavi per ripartire – mentre io avevo sperato che fossi tornato per restare; pensavo che eri talmente felice che non saresti tornato più e allora, che ne sarebbe stato della nostra amicizia? Tu mi parlavi della vita frenetica della tua nuova città, del lavoro che ti riempiva le giornate, delle persone che avevi conosciuto, degli edifici che avevi visitato, delle cose – milioni di cose – che progettavi di fare ancora, non appena rientrato in Giappone. E tutto quello che le mie orecchie sentivano era intriso della mia tristezza, della mia delusione, della mia impotenza, mentre guardavo la scatola gialla. Che me ne faccio, ora, di queste stupide matite, pensavo. Non le voglio, non voglio scriverci, non voglio che si cancelli niente di tutto questo, non voglio che la nostra amicizia sia transitoria, non voglio che venga dimenticata dal passare degli anni, lontano uno dall’altra. Non voglio che tu possa cancellarla.

Mi scuoto da questi pensieri e rialzo la testa, impaziente: l’aria profuma della promessa della sera, carica di aspettative. Qualcuno ha iniziato a preparare la cena, dalle finestre attorno esce a tratti un profumo che stuzzica i miei sensi. Persone con le buste della spesa, qualcuno che passeggia con un cane, altri che parlano fitto al telefono. Guardo i bicchieri vuoti sul tavolo e la loro trasparenza scintilla alla luce calda della piccola lampada piegata di lato. Chissà cosa ordinerai, una volta arrivato. Il mio sguardo interrogativo danza nel vuoto e rapisce l’attenzione del cameriere che torna all’attacco, con la sua faccia gentile e gli occhi sorridenti: Ha deciso, signora?

No, non ho deciso, non lo so cosa sarà bene ordinare dopo tutto questo tempo, sono anni che non ci vediamo e io ho continuato a bere un calice di vino, nei bar, la sera, ma magari chissà, tu hai adottato le usanze del Sol Levante e attendi che sia qualcun altro a riempirti il bicchiere e non inizi a bere finché anche tu non lo hai riempito a chi è con te; magari richiedi lo yuzu per i tuoi cocktail, ma qui non lo troverai. Magari quando finisci di bere ma non vuoi smettere di parlare con chi è con te, te lo fai riempire di nuovo, perché in Giappone ogni bicchiere vuoto va sempre riempito oppure magari lo capovolgi, quando non vuoi più bere ma non vuoi smettere di parlare, con chi sta con te. Magari ordinerai del sake, ma qui di sicuro non ce l’hanno, ma io non ci ho pensato, quando ti ho scritto in preda allo stordimento le coordinate del nostro appuntamento e ti ho semplicemente dato l’indirizzo del bar dove ci trovavamo sempre, una volta, e che ora ha cambiato gestione e faccia e probabilmente non lo riconoscerai. Magari mi guarderai deluso, quando il cameriere gentile ti risponderà che no, non ha nemmeno delle birre giapponesi, gli dispiace. Magari io la coglierò, quella delusione, e me la sentirò addosso tutta, mi lascerò impregnare i vestiti, i tessuti, le ossa, e il mio sorriso si spegnerà e vorrò solo andarmene, scappare via, cancellare tutto con una gomma, come se fosse scritto a matita.

Abbasso lo sguardo alla scatola che ancora tengo in mano rapita da un rumore diverso, che non esce da lì ma arriva da lontano, un rumore che si leva in alto, stagliandosi dal sottofondo della folla, dallo sguardo del cameriere ancora in attesa, dalla vita che mi circonda, un suono che ha origine nella mia memoria più profonda: il rumore che il cuore fa quando finalmente ci si ritrova. E allora eccolo, il tuo sorriso, ti fai strada da lontano con un incedere gentile e al tempo stesso fremente, mordendo a ogni passo gli anni in cui siamo stati lontani e riducendoli a briciole, intervalli di tempo insignificanti di fronte alla forza del nostro sentire, alla coincidenza della nostra unione.  

Erano matite copiative, quelle che mi hai regalato, e tu lo sapevi: non c’è stata nessuna abrasione.

Rivolgo il mio sguardo al cameriere e gli rispondo che sì, ho deciso: ha mica per caso un temperino?

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