“Rubare l’aria al cielo”, fotografia di Ivano Mercanzin

Socchiude la bocca. La apre un po’ di più dal lato sinistro, come in una innaturale smorfia; la solita bava di saliva gli scende dall’angolo. Non se ne accorge nemmeno. Anche così non respira bene, ma non riesce a rinunciare alla sensazione di rubare un po’ di aria al cielo. E’ inebriante. Quasi quanto starsene a guardarla.
Oggi indossa una gonna scura, che le copre le ginocchia. Di sotto, spuntano due gambe sottili, coperte dallo spesso tessuto delle calze. Non vede i nodi delle vecchie ossa che le segnano, rendendole più simili a zampe di animali preistorici ormai estinti. Non vede nemmeno la difficoltà con cui i passi si pongono uno davanti all’altro, finché si sposta nei pressi del giardino. Ciò che il suo cuore ha fossilizzato nel tempo, ben più di quarant’anni prima, rimane immutato dentro alle sue pupille. Ci sono giorni, come questo, in cui tutto ha un sapore così terribilmente romantico che lacrime timide e silenziose si affacciano alla porta dei suoi occhi, chiedendo mute il permesso di scorrere. Se le lascia andare, è come essere stesi a letto, senza peso. Leggeri e felici. Come quando non ha pensieri brutti per la testa. Gli sembra tutto così giusto, in questi momenti, anche se il cuore si agita e lui fatica a respirare, e allora deve aprire di più la bocca, che si deforma in alto a sinistra. Non ci potrebbe essere altro modo per vivere. Si appoggia con le grosse mani all’inferriata dietro alla grande siepe verde, annusandone il profumo. Poco alla volta, avvicina anche la fronte al ferro e scarica tutto il peso, espirando. Escono un sacco di cose, in quel getto d’aria. Gli anni trascorsi, innanzitutto, passati ad attendere, sempre osservandola. I fatti cambieranno prima o dopo, lo sa. Ma intanto, tutti questi anni sono prigionieri dentro al suo fiato che esce di corsa, quando si appoggia con forza al cancello; si troverà un segno rosso sulla fronte quando tornerà a casa. E anche questo segno se lo terrà dentro, prigioniero con tutti gli anni che tiene dentro, e che lascia liberi per un po’ solo quando espira con una dolce rassegnazione, appoggiato a quel cancello, nei giorni in cui tutto gli pare così dannatamente romantico. Anche il fatto che lei non lo veda, dietro a questa siepe, è romantico. Si sente uno di quei nobili poeti che coltivano dentro al cuore le pene di amori impossibili, mai realmente vissuti: gliene avevano raccontato, a scuola. Ciò che ricorda di loro, in realtà, è ben poco, ma basta a dargli l’impressione che sia un bene, essere uno di loro. Almeno agli occhi della sua bella. Che però non lo vede.
Forse è proprio per questo che in altri giorni, quando tutto gli sembra così terribilmente sbagliato, se ne esce allo scoperto. Attraversa la strada che lo separa da casa sua all’inferriata con un passo diverso, come se stesse andando a fare una cosa di cui non è contento ma dalla quale non può sottrarsi. Non si mette dietro alla siepe, allora, ma ben in vista, davanti al cancello. Quando lei esce, lo sguardo che gli lancia lo fa ancora arrabbiare, anche dopo tutto questo tempo. Sembra dirgli che lui non ha il diritto di starsene lì davanti. Che gli sta dando fastidio, ma che in qualche modo lo sopporta, come tutti fanno, da una vita. Ecco, ecco ciò che lo fa imbestialire di più. Anche dopo tutto questo tempo. Solo che è proprio il tempo che lui ha passato davanti alla casa senza fare nulla ad avergli dato il diritto di essere sopportato, ne è sicuro. Lei ha capito che non vuole farle del male: vuole solo starsene a guardarla, per un po’.
Vederla uscire dalla porta. Spostare la tenda a righe che la copre, e appenderla di lato. Rimanere ferma a contemplare il giorno, quando nasce alla mattina. Cercare il modo in cui la luce che arriva fa bisbigliare sottovoce il giardino. Il cespuglio del rosmarino. La lavanda che fiorisce e si riempie di api. L’oleandro bianco, che sposta i rami all’aria. E’ come se facesse un silenzioso appello per richiamare al suo sguardo tutte le cose che fanno parte del giardino, della sua vita, della nuova giornata che sta per vivere: ecco perché non può mancare. Lei controlla ogni giorno: che tutto sia in ordine, che tutto sia al suo posto, in salute. Che tutto ci sia. Lui non può mancare. Se si nasconde dietro alla grande siepe, è solo per via di quell’anima da poeta maledetto che scorre dentro di lui e per la faccia un po’ sformata che la natura gli ha dato in dote. Quella che ha collezionato gli anni passati, con tutte le inutili attese. Ogni volta che pensa alla sua anima da poeta, si ritrova ad aprire in quel modo strano la bocca. L’angolo sinistro in su, con la bava che scende, ma ormai non ci fa più caso. Gli sembra che l’aria che ruba al cielo abbia un sapore diverso, in quei momenti. Inebriante. Vorrebbe parlarle di questo e di tanto altro ancora, ma non è sicuro che sia la cosa giusta da fare; se ne andrebbe la poesia, e allora cosa lo condurrebbe avanti ancora, con la stessa dignità?
A dire il vero, ci ha pensato tanto. Se l’è immaginata almeno un milione di volte la scena. Lei che apre la porta, sposta la tenda a righe – che una volta era a fiori – e la appende di lato. Si sofferma a guardare il giardino facendo l’appello in silenzio – il rosmarino, la lavanda, l’oleandro e tutto ciò che nel corso di questi quarant’anni l’hanno abitato. Emette un fiato felice, sollevata dal ritrovare ancora tutti lì, davanti a lei. Sposta lo sguardo più a lato e si blocca di colpo, sorpresa. E poi si spaventa. Fa per rientrare in casa in fretta ma lui la implora di rimanere ferma dov’è.
“Scusami, non volevo spaventarti. Non te ne andare. Non lo sai che io morirei? Sei come il mio giardino, la mia lavanda il mio oleandro il mio rosmarino: non posso fare a meno di vederti, ogni nuovo giorno che arriva. Sei quello che mi dà la carica. Sei mia batteria.” A questo punto, sa che si dovrebbe asciugare la bava al lato sinistro della bocca. Rubare l’aria al cielo gli fa questo effetto, nei giorni in cui tutto gli appare così pericolosamente romantico. Vorrebbe tentare di farlo senza che lei se ne accorga, ma dopotutto son così lontani che non se ne deve preoccupare. Lui, invece, vede tutto: la profondità dei suoi occhi meravigliosi, che vorrebbe potessero contenerlo ogni giorno, per tutta la vita. La linea del collo, che viene messa in risalto dallo chignon che le raccoglie i capelli color del ghiaccio. Sembrano di seta, anche da così lontano. Vorrebbe allungare una mano per sentirne la consistenza: se li immagina sottili, come la pelle che le contorna il viso. Di sicuro la romperebbe se la toccasse, le sue mani sono troppo pesanti e goffe, come tutto in lui. Ecco perché non ha il coraggio di farlo. Ma le sue parole, quelle non dovrebbero rompere niente, e vorrebbe tanto dirgliele. Vorrebbe aprire quella bocca tutta insieme, non solo dal lato sinistro. Appoggiarsi all’inferriata con forza, con la fronte che preme sul ferro per farsi lasciare il segno in ricordo di questo altro giorno passato. Vorrebbe fare uscire il fiato con dentro tutti gli anni che sono trascorsi. E le parole. “Sei la mia vita, anche se non lo sai.”
Allora, lei scenderebbe lentamente i gradini che separano l’uscio di casa dall’imbocco del giardino, camminerebbe sull’erba come se stesse volando, col suo incedere delicato, e poi lo guarderebbe finalmente negli occhi. I suoi occhi, quelli che per più di quarant’anni si sono premurati di vezzeggiarla ogni mattina, accarezzando muti la sua adorata figura. Ci vedrebbe il suo grande amore, lì dentro, e la sua anima da poeta maledetto, e non lo scherno della gente per la sua faccia deforme. Di questo ne è proprio sicuro, e forse, a quel punto, le parole non sarebbero nemmeno più necessarie. Tutte quelle che ogni mattina gli sono girate nella testa, per anni e anni, e che ha cercato di infilare una dietro all’altra alla ricerca di un senso che non gli è stato dato di trovare. Che fatica per lui, provare ad articolare un sogno che aveva fisso in testa! La rabbia quando, dopo un po’, si rendeva conto che non sarebbe mai riuscito a uscire allo scoperto e a farsi capire, a sembrare come tutti gli altri. La sua bocca sempre più orrenda, l’aria che gli mancava. Il cielo, a cui rubarne un po’. La frustrazione, nell’essere lì ogni mattina, nascosto come un topo troppo brutto da vedere, attento ai passanti e a quello che dicevano alle sue spalle. Aspettando solo che lei si degnasse di volgergli uno sguardo, dall’alto del suo uscio. Senza cattiveria o compassione, solo amore per il suo essere lì ogni giorno, come un mentecatto che non ha null’altro dalla vita se non quei pochi momenti a sbavare fuori da casa sua. Non si merita forse questo? Questo, finalmente, invece della derisione della gente che da una vita lo tratta come un appestato? Fin da piccino, quando se ne stava sempre a casa perché non riusciva a non piangere alle prese in giro degli altri bambini. Cattivi, come lui non è mai stato. Eccola che sale, la rabbia, rapida come al solito. E il momento non gli pare più maledettamente romantico e giusto, ma terribilmente sbagliato. Sente le parole, le migliaia di parole vecchie di anni, rimestarsi dentro di lui. Inspira perché sta boccheggiando e, mentre si fa coraggio e stacca la fronte dall’inferriata muovendosi da dietro quella dannata siepe, allarga ancor di più la bocca in alto a sinistra. La bava la sente stavolta, gli scende fino al mento e gli pare che scotti, come se bollisse, insieme alla sua rabbia. Giunge in pochi secondi davanti al cancello e lo sguardo di lei si fa acceso mentre lo vede, così alterato.
La marea che gli monta dentro. L’aria che gli manca. Sei la mia batteria. Non ho fatto che aspettare te. L’oleandro che si muove al vento. I suoi occhi che sputano lampi di rabbia. Lo spavento che scorge nascere in quelli della donna. Tutti i maledetti anni che ha visto passare affacciato a questo cancello. I bambini che lo deridevano e la maestra che lo metteva in un angolo. La voce calda della mamma che provava a calmare i suoi singhiozzi. La fronte della sua amata che inizia a corrugarsi di spavento mentre lui, senza nemmeno rendersene conto, afferra il cancello e lo muove con forza, prendendolo a pugni e provando ad aprirlo. “Aprimi”, si sente urlare, “non me lo merito forse?” E il cancello che fa rumore. Tutti i suoi compagni di scuola che poco alla volta trovavano la loro via nella vita, gli studi il lavoro e una famiglia, mentre lui stava ancora a casa con i suoi genitori, sempre a casa, l’appestato, il diverso, quello che nessuno si sforzava mai di comprendere veramente. E intanto i suoi pensieri che si accavallavano, la passione per questa donna che abitava di fronte, com’era bella allora e com’è bella ancor oggi con le sue gambe esili e i capelli di seta. La bava brucia, l’aria manca, il cielo si restringe e lui fatica a rubargliene. La donna che, spaventata, si appoggia alla ringhiera per non cadere e chiama chissà chi, la sua voce che grida “Aprimi, aprimi subito”. La gente delle case vicine che inizia a uscire dalle porte, qualcuno che prova ad avvicinarsi, le urla della sua amata; “Aiuto”, gli pare di sentire, ma lui non vuole farle male. Non mi vedi? Non mi conosci a memoria, ormai? Dopo tutto questo tempo. Non ti farei mai nulla. Sei la mia vita. Voglio solo toccare i tuoi capelli, provare a non rompere la pelle sottile del tuo viso, annusare da vicino l’amore.
Qualcuno lo prende da dietro, lo trattiene dalle spalle, cerca di fermare i suoi pugni sul cancello dai quali ormai cade qualche goccia di sangue. D’un tratto, il mondo si arresta. Una bolla gli circonda la testa, imprigionando le innumerevoli parole accartocciatesi sull’uscio per anni e anni e anni. Sposta una mano ad asciugare la bocca e guarda in alto, al cielo, in cerca di aria. Si accascia a terra, vedendo lei. I suoi occhi meravigliosi non sono più terrorizzati; sono sollevati. Un po’ come si sente lui in questo momento. Sollevato di non dover proseguire ancora, mattina dopo mattina, in quell’appostamento fuori dal cancello, con la testa appoggiata con forza al freddo, pensando alle parole che dovevano uscire. Sollevato di aver urlato il suo amore, finalmente – ma l’ha fatto davvero? Nessuno potrà più ridere di lui. E lei, lei lo ringrazierà. Magari si arrabbierà un po’, per tutto il tempo che ha lasciato passare invano, gli anni muti, trascorsi a braccetto con le parole che non uscivano. “Perché non me l’hai detto prima’”, gli sussurrerà. “Avremmo aperto la porta insieme, ogni mattina. E contato all’appello tutto ciò che abita il giardino: la lavanda piena di api, il rosmarino e l’oleandro bianco che si muove al vento. Avremmo sospirato di gioia nel ritrovare tutti al loro posto. Avremmo gettato un rapido sguardo alla siepe, dietro alla quale non si sarebbe nascosto più nessuno. E al cancello vuoto, anche. E poi, avremmo alzato gli occhi al cielo, aprendo un poco di più la bocca, in cerca di aria da rubargli. Per sempre.”

scatto

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