“Nuvole”, fotografia di Ivano Mercanzin
Modella: Paola Mischiatti
Ph: Ivano Mercanzin
Modella: Paola Mischiatti Ph: Ivano Mercanzin

Non sempre sono dell’idea di stare dalla parte giusta, quella che tu volevi per me.

Costa fatica, farlo. Impegno e perseveranza. Una dose di granitica determinazione, che non sempre sento mia, appunto. Spesso, ancora, trovo più comodo passare dalla parte di chi si permette di sbagliare, e se lo perdona. Per esempio, dalla parte di chi non discute e non si prodiga, di chi lascia andare le cose e le persone senza più lottare, perché tenersele strette presuppone sudore e comprensione. Succede questo: alcuni buttano l’anima dentro alla vita degli altri, riempendola di un’energia della quale ci si innamora, ma poi se la riprendono silenziosamente, senza una ragione apparente, e nel frattempo tu nemmeno te ne accorgi. Lo sapevi, questo? E’ giusto lottare per loro? Quante volte me lo sono chiesta, pensando alle tue parole.

Sono come nuvole, quelli. Ti ingannano, nascondendo la portata del loro essere dietro a un colore candido e innocente. Le vedi immobili, disegnate all’improvviso nel tuo cielo per abbellirlo, riempirne i lati più disadorni che fino a ieri ti sembravano perfetti così, ma invece no, erano grandi, troppo grandi, spazi illimitati che chiedevano ulteriore vita. Danno apparente equilibrio: sono come nuvole bianche che danno equilibrio, distribuendo i pesi. Stanno dalla parte giusta, loro. O così pare, all’inizio. Solo che a un certo punto, senza fornirti il tempo di poterlo immaginare, cominciano a sfaldarsi. Il colore si fa via via più impalpabile e svanisce poco alla volta, in modo subdolo, senza azioni eclatanti, strato dopo strato, giorno dopo giorno, fino a metterti davanti alla loro assenza. E tu, ti ritrovi a essere un quadro irrisolto. Un cielo di nuovo senza equilibrio. Solo che prima non lo sapevi.

Sai cos’ho fatto? Ho imparato a usarle, le nuvole. Ci salgo sopra, e mi faccio trasportare. E’ un attimo sentirmi ancora il tuo sguardo addosso, tangibile e concreto, come se fosse una stoffa preziosa. Solo che allora non lo sapevo, quando c’eri tu davvero a guardarmi. Che stupida, ero. E com’è ingiusta la vita, quando capisci le cose solo quando sono ormai andate.

Se chiudo gli occhi, riesco a vederti meglio. Anche questo è un paradosso della vita, ma non abbiamo potere per cambiare ciò che sembra non avere nessuna giustificazione, ora. La cosa che più mi colpisce è che non solo posso vederti, ma posso sentire il tuo tocco. Quello che prima ho sempre schivato con vergogna. Quando non mi vedevi da giorni e sulla porta d’ingresso venivi verso di me, per un abbraccio che nella tua testa e nel tuo cuore  doveva essere un gesto di amorevole tenerezza, una ricongiunzione, ma ai miei occhi appariva sempre come un goffo tentativo abortito di stringermi un po’ a te. Mi tenevi ferma, e questo mi infastidiva. Vorrei tenerti ferma io, ora.

La casa è vuota e piena. Vuota di rumori, parole, volti. Piena di volti, parole, rumori. Hai seminato ogni centimetro di queste stanze, giorno per giorno, lasciando che pezzi di te si insediassero negli angoli, sotto al battiscopa, negli stipiti delle porte, tra le travi consunte del soffitto, tra le pieghe delle tende. Come farò a venderla? Come faranno a viverci altre persone, dove troveranno il posto per le loro storie, il loro volti, i loro ricordi, le loro vite?

(E io? Perché mi hai lasciato tutto questo ingombro?)

Ho spalancato le finestre, entra un’aria dolce e fresca che vaga per le camere senza bisogno di indicazioni, come se fosse nata qui, come se fosse lei ad aver vissuto gli anni dell’infanzia in questi luoghi. Anche lei mi parla di te e non so se sia una buona idea farla entrare, ma mi piace sentirmela addosso. Un po’ come te, insomma. Ti ho sempre amato, ma allo stesso tempo non sono mai stata capace di ricambiare l’amore che mi davi. Ecco un altro paradosso della mia vita, che non so cambiare.

Era sempre quando eravamo lontane che mi sentivo colma all’inverosimile di quel sentimento forte e a tratti traboccante che aveva come unica destinataria te. Era sempre quando non ti avevo davanti che avevo l’impulso di proteggerti dal mondo intero, tu che eri invecchiata attraverso cambiamenti brutali, che ti avevano vista perdere qualche passo e faticare per tornare in corsa con la vita, con l’umiliazione per l’abbandono di papà che ti leggevo negli occhi ogni giorno. Mi ripromettevo che ti avrei detto del mio affetto, che era vero e puro anche se non lo potevi vedere, tu che amavi le cose terrene. Poi, quando ero con te, mi lasciavo travolgere e vincere da sentimenti di fastidio e insofferenza, disturbata e contrariata dalla pazienza che dovevo andare a cercare dentro di me per starti vicina. Era faticosa, tutta quella pazienza, ed era più facile scriverti banali messaggi al telefono, perché così potevo non vederti e non sentirti per giorni, ed era semplice inserire le faccine piene di cuori e abbracci. Mi faceva sentire una figlia modello.

Le tende si muovono sinuose agli aliti del vento di primavera che entra attraverso i serramenti scoloriti; penso alla tua figura pesante e ingombrante e prende forma nella mia testa l’idea che, forse, ti sei fatta sottile, andandotene. Magari. Così finalmente uscirai da tutti gli antri nascosti di questa vecchia casa, e la libererai, liberando anche me. E potrò venderla, senza sentirmi dalla parte del torto, di chi lascia andare cose e persone.

Il mio sguardo vola fuori in cerca di spazio, oltre l’alto muro di recinzione e gli alberi secolari che vivono in giardino da quando ho memoria, oltre l’orizzonte lontano. Ecco, finalmente, eccone una paffuta e bianca, la candidata ideale, in alto a sinistra: sembra un enorme spruzzo di panna montata. Quando ero piccola, mi esortavi a scovare le forme in cielo, osservando le nuvole e disegnandole poi nel tuo quaderno con le ricette di cucina. “Dalle un nome”, mi dicevi dopo, facendomi riempire pagine di schizzi e parole. La mia fantasia di bambina superava di gran lunga la tua, che eri già adulta da tempo, anche se ancora molto giovane: qualcosa, in te, ti faceva rimanere saldamente ancorata alla terra, e lasciavi volare me, che inventavo nomi e figure e te li trascrivevo nelle pagine a righe con gli anelli, tra le istruzioni per il tiramisù e quelle per l’arrosto della domenica. Trovavo sempre ampi spazi vuoti alla fine di ogni ricetta, ed erano per me. O meglio, per te, visto il sentimento che nutrivi per quei miei disegni.

C’erano giorni, soprattutto quando sono cresciuta e quei momenti tra noi non esistevano più già da anni, che passavo a trovarti senza preavviso, colta improvvisamente da uno di quegli spasmi di amore che poi non sapevo trasformare in nulla di concreto. Entravo in silenzio e ti coglievo di sorpresa, seduta sulla sedia in fronte alla grande quercia davanti alla finestra della cucina. Te ne stavi sospesa, come smarrita in un altro mondo, voltando pagine e sussurrando i nomi delle mie nuvole, che forse ti trasportavano in altri luoghi. Allora non lo sapevo, ma mi stavi insegnando a usarle, quelle nuvole.

Ora l’ho capito. Ci salgo sopra, e mi lascio trasportare, come facevi tu.

Tento di restare buona, mamma, ma costa fatica. Tento di essere dalla parte giusta, ma a volte è davvero più semplice non farlo. Lascio andare le persone, ancora, come facevo con te; lo so, mi hai insegnato a imprimere le cose belle tra le pagine del quaderno, a fissarle e a dar loro un nome, perché potessero per sempre avere un ruolo speciale nella mia vita, come era per te. Ma non ce la faccio, mamma. Ogni volta che ci ho provato, quella nuvola poi, poco alla volta è scomparsa, lasciando una dolorosa voragine nel mio cielo. Le persone, quando se ne vanno, fanno male. Chissà se ci pensano.

Io sono stanca di guardarle andar via; voglio fare quella che se ne va, quella che se ne frega del  dolore e dello smarrimento degli altri e fa puf, con semplicità, sgonfiandosi come una nuvola all’orizzonte, lentamente. Quando papà se ne è andato, tu soffrivi, ma sei rimasta; io soffro ancora, e voglio sparire.

E allora portami da qualche parte, l’ho vista la nuvola che mi piace; ho aperto il cassetto della vecchia cucina e, sotto alla biancheria che ancora profuma di naftalina, l’ho trovato, al suo posto: il tuo ricettario ormai consunto, il mio album da disegno. Le pagine hanno preso un colore strano, azzurrato dagli anni trascorsi chiusi in quel mobile antico e dalla mancanza; alcune faticano a staccarsi le une dalle altre, appiccicate forse da dita unte di cacao o burro in tempi e giorni passati, che purtroppo non mi appartengono più. Ne stacco due con più forza e decido che lì, proprio in quello spazio che non voleva aprirsi, giacerà il mio nuovo disegno. Con la matita abbozzo le prime linee, ma faticano a trovare la via per la carta come se le mie mani non conservassero memoria, come se un voluminoso nodo mi ostruisse la gola e il respiro si fa claudicante. Allora mi fermo e mi avvicino alla finestra, gli occhi e le braccia chiusi in un silenzioso unico abbraccio, lasciandomi toccare dal vento, le tende a svolazzarmi a lato e il tuo aiuto che, ne sono sicura, da lassù mi sta carezzando e benedicendo.

Eccola, mamma, eccola la mia nuvola di oggi. E’ grande e mi stanno stretti i limiti della pagina in cui riprovo a disegnarla; cerco di adattarla ai margini laterali, facendola debordare in basso e in alto, e quello che ne esce è una forma inspiegabile, che sembra non avere confini, e che forse ritroverò nella pagina successiva, quando la volterò. Poso il quaderno per terra, spalancato a faccia in su, e lo faccio aderire il più possibile alle piastrelle, lisciandolo per bene. La mia nuvola ora mi sembra più piccola, vista dall’alto, e per un attimo mi sento ridicola, per quello che sto per fare: reggerà il mio peso? Mi tolgo le scarpe e le calze e ci salgo sopra. Richiudo gli occhi: mi attende un viaggio lungo, attraverso aspettative infrante e dolore, insicurezza, sfiducia e rassegnazione. Tutte tappe che non posso saltare. Riuscirò alla fine ad amare le persone come volevi tu? Riuscirò a smettere di nascondermi, con la paura di essere delusa piantata in petto, in profondità?

Riapro gli occhi di scatto, ho dimenticato la cosa più importante. Scendo dalla nuvola, riprendo la matita e mi stendo a terra; stavolta, il nome del mio disegno sarà composto da due parole. Le scrivo in mezzo alla pagina, perché non c’è spazio che sia rimasto vuoto, al di fuori. Mi rialzo, ammiro il risultato dall’alto e annuisco impercettibilmente, con un abbozzo di sorriso che, nella sua lievità, sono certa possa giungere fino a te. Poso la matita sul mobile e ritorno sul mio quaderno, sistemando per bene i piedi tra le scritte. Richiudo gli occhi e aspetto, attendendo la sensazione del tuo sguardo, pesante come una stoffa preziosa, prezioso come una stoffa preziosa. So che stai leggendo, so che anche da lassù desideri solo il mio amore.

Eccoti la mia ultima nuvola, mamma, te la presento: si chiama “Mi manchi”.

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