“NAUFRAGIO E SALVEZZA”, ISPIRATO DAL PROGETTO FOTOGRAFICO “BOYS DON’T CRY” DI IVANO MERCANZIN E PAOLA MISCHIATTI

naufragio

Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.

Si era svegliata con quella frase che le ronzava in testa, e da quando si era alzata non riusciva a rimuovere la sensazione che le procurava. Era davvero un naufragio, essere in due? O era su uno scafo più sicuro, che forse aveva la fortuna di viaggiare in questa vita? Non c’era nessuno che la conoscesse come lui, questo doveva ormai accettarlo. Ogni pensiero che le nasceva sottopelle, era anche un po’ suo: ogni qualvolta si era sentita turbata, glielo aveva scritto. Ma lui le aveva risposto come se già lo sapesse, come se riuscisse a leggerle all’interno, ancora prima che lo facesse lei. Non poteva che essere una cosa bella, questa. Una fortuna. E forse era davvero giunto il momento che si incontrassero, che si fondessero.

Forte di questa convinzione, aveva vissuto tutta la mattina come sospesa in una terra di mezzo, procrastinando il più possibile il momento in cui si sarebbe seduta allo scrittoio davanti alla finestra e avrebbe letto la sua lettera di oggi. Poco dopo il pranzo, però, quando la confusione sulla strada sotto al suo poggiolo iniziava ad aumentare, aveva ceduto. Si era chiusa in camera dicendo che andava a fare la solita siesta pomeridiana accompagnata dal fedele cagnolino ed era andata all’armadio. Aveva aperto la scatola di destra e aveva preso la lettera, l’ultima poggiata sopra a una alta fila. Poi, con trepidazione, si era seduta e l’aveva aperta.

“Lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle, come un cane. Lascia che io ne impari l’odore e me lo porti dentro”, le aveva scritto quel giorno.

Il tartufo! Come le piaceva quella sensazione, aveva pensato abbassando lo sguardo sul cucciolo che le stava a fianco. Era nato tutto proprio da lui, il cane di casa, giunto da chissà dove, come un viaggiatore stanco, un giorno della passata primavera. Aveva il colore del latte, quando nelle pigre mattine di vacanza incontra il caffè per una colazione lenta. Il nome che avevano scelto per lui era proprio Cappuccio, e il suo pelo ne ricordava davvero la tonalità ambrata e talvolta intorbidita dalle briciole di biscotto. Lui, usava il suo tartufo in maniera peccaminosa, fin da quando era arrivato come un vagabondo e aveva deciso di stabilirsi da loro.

Lo appoggiava, umido, sulla pelle dei numerosi visitatori, come se quella fosse una sua proprietà. Indistintamente su ogni parte del corpo. Con voluttà. Immagazzinava forse tutto l’odore che poteva contenere, per bearsene poi quando, una volta ripartiti gli ospiti, rimaneva solo con lei, con il ricordo vivido di quei momenti. Chiudeva gli occhi, quando annusava: l’incavo di un gomito, una gamba distrattamente avvicinata, un piede sospeso, a dondolare. Uomini o donne, adulti o bambini. Sembrava non fare differenza. Se quella era la sua missione, aveva trovato il luogo dove vivere, data la grande quantità di gente che usava transitare per casa ogni giorno. La loro era infatti una famiglia numerosa, fatta di zii, cugini, nipoti e nonni, che sistematicamente si davano appuntamento per raccontarsi degli ultimi eventi, porre insolenti domande curiose scambiandosi pettegolezzi e, spesso, pranzare o cenare in compagnia. A lei non piaceva, tutta quella confusione, ma l’edificio era grande, e aveva i suoi spazi, luoghi in cui non doveva condividere nulla con nessuno.

Di Cappuccio e dei suoi strani modi, glielo aveva raccontato in una lettera, poco dopo il suo arrivo, così come gli raccontava di ogni cosa le passasse per la mente, da tempo ormai. Erano scritti disordinati, i suoi, spesso specchi compulsivi di un’anima in subbuglio. Come capitoli di un libro che via via, quell’estate, andava delineandosi in maniera sempre più nitida nella sua mente e nella sua vita.

Lui, le rispondeva con altre lettere, creando ulteriori pagine di quel libro, unendo sempre più gli sprazzi che ancora, anche se poco, li tenevano lontani.

Quel pomeriggio, inspirava con un piacere quasi animale il vento che arrivava dal mare. Sul terrazzo di fronte al porto, in un angolo delizioso stretto tra la baia e la chiesa maggiore. C’era fermento nel piccolo paese: era il giorno del santo protettore. Da lontano, giungevano le sirene in festa delle barche in arrivo e la polizia locale si dava da fare per bloccare l’accesso alle auto e arginare, con ordine, le ondate di persone giunte per prendere parte ai festeggiamenti.

Lei se ne stava come a mezz’aria, al di sopra del vociare, dei visi, dei sorrisi. Era in un’altra dimensione e intanto leggeva la sua lettera.

Le capitava spesso di sentirsi altrove, ma non le dispiaceva affatto.

A tratti, una piccola macchia buia e informe si faceva largo nel cielo limpido, oscurando il sole, e poi, rapidamente, se ne andava. Era in quegli attimi che le pareva di respirare più a fondo, quando il calore sulla sua pelle si attenuava per un breve intervallo. Era così, la sua vita: era quando le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, che si permetteva di rifiatare e assaporarle sul serio. Come con il sole, sulla pelle.

“Vediamoci alla spiaggia, quando tutti saranno alla festa. Solo io e te. E lì, lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle. Come fa Cappuccio.”

(Ecco che era successo un’altra volta. Come aveva fatto, ancora, a leggerle nel pensiero? Come, se l’idea di vedersi, finalmente e con coraggio, si era materializzata nella sua testa solo poche ore prima, al risveglio?)

Nel profondo del suo cuore, non era sicura di essere pronta per quell’incontro – forse non lo sarebbe stata mai – ma sapeva da tempo che il momento sarebbe giunto, prima o poi. Aveva costruito tutto per bene, giorno dopo giorno, nel corso di quell’estate. Nel corso di tutta una vita, probabilmente. Anche prima di rendersene conto. La corrispondenza cartacea era nata con il preciso scopo di arrivare a un punto, una volta schiariti gli orizzonti, e accettarsi, una volta per tutte. Ma un po’ temeva ancora le conseguenze di ciò che sarebbe accaduto, gli occhi diversi con cui chi le viveva a fianco l’avrebbe guardata.

Il cane le stava addosso, come sempre, rassicurante. Buttato a terra, a fianco della sedia, con il muso a ridosso dell’inferriata, ad annusare gli odori che salivano fin lassù, dal porto. Chissà se anche lui era fatto da due Cappuccio che prima o poi si sarebbero riuniti; chissà se non era l’unica, in fondo, a vivere in quel modo.

Forse era stato questo il pensiero che le aveva dato forza, quello che l’aveva spinta a prendere un foglio di carta e la penna, e a scrivere due semplici parole: “Ci sarò”.

Poi, l’aveva piegato con la solita scrupolosità e l’aveva infilato in una busta bianca, chiudendola senza aggiungere altro. Lo stesso aveva fatto con la lettera che lui le aveva scritto, e con entrambe le buste in mano si era diretta al suo armadio, aveva aperto prima la scatola di destra infilando la lettera con l’invito a vedersi e poi quella contenente la sua risposta nella scatola a sinistra. In quel mentre, l’emozione le aveva giocato un brutto scherzo: si era fermata, sospendendo i pensieri a metà, temendo per un attimo di aver invertito i due luoghi, riponendo le buste nella scatola sbagliata. Poi però, qualcosa in fondo alla sua anima aveva alzato la voce; aveva ritrovato sicurezza, dicendosi che, d’ora in poi, ogni pezzo sarebbe comunque stato nel posto giusto.

Era andata in bagno e aveva fatto una lunga doccia fredda; al termine, la pelle le doleva, come se qualcosa fosse finalmente emerso in superficie. Cappuccio l’aveva sentito, quel qualcosa, perché non le staccava il suo tartufo dal corpo, nonostante lo conoscesse praticamente a memoria. Si era gettata sul letto, ancora nuda, e lui con lei. Le si era messo adeso, quasi a ricopiarne le forme, e il suo naso umidiccio aveva disegnato il suo contorno, portandosi dentro il suo nuovo odore. Poi, rinfrancata, si era vestita. I jeans strappati, la canotta bianca, il giubbotto in pelle: abiti senza sesso, che amava indossare per mescolarsi con la moltitudine di umanità che ogni giorno le viveva attorno, con i quali si sentiva più fedele a se stessa e alla sua anima. Senza guardarsi allo specchio era uscita di getto, diretta alla spiaggia, per non avere il tempo di cambiare idea.

Nella testa, le due parole che l’accompagnavano dal risveglio, il naufragio e la salvezza.

L’angolo di mondo a cui era diretta era un luogo temporaneamente interrotto, quel pomeriggio, come un dispositivo sprovvisto di corrente elettrica. La lunga spiaggia disabitata da qualunque forma di vita umana, accorsa in folla alla processione del patrono: quale incredibile coincidenza, nel giorno del santo lei avrebbe infine trovato la sua redenzione. Quanto spazio da riempire, attorno a lei. Quanto orizzonte. Che palcoscenico perfetto, per la sua trasformazione. Sabbia mescolata all’erba. Alberi cresciuti sull’arsura. Cespugli che diventavano nicchie in cui trovare nascondiglio. E il mare sterminato, silenzioso e prezioso testimone.

Aveva inspirato a fondo quel momento, che era la somma di tutto ciò che aveva davanti agli occhi e tutto ciò che teneva dentro al cuore. Si era tolta il giubbotto, lasciando che il sole prendesse la sua pelle, senza darle respiro; aveva camminato in avanti e in indietro, misurando i passi in quella che stava divenendo la sua nuova essenza e confortata dal fatto che iniziava a sentirsi, finalmente, diversa e, soprattutto, a casa come non mai, accolta dal mondo e dalla natura che le stava intorno. Si era fusa con i tronchi abbandonati, palpando la consistenza del legno usurato dal vento, e si era stesa a terra, fondendosi anche con il suolo, tenendo gli occhi chiusi aspettando il suo arrivo. E attimi prima, le era mancato lo spazio dentro, e allora si era tolta la canotta ma si era sentita la pelle stretta, troppo stretta per contenerli entrambi, e ancora i dubbi e la paura avevano avuto il sopravvento sulle sue sensazioni: si era rivestita in fretta, quasi con vergogna, e aveva ripreso a camminare nervosa, in avanti e in indietro, con le mani nelle tasche. Con stupore, vi aveva trovato un sigaro, dentro, senza sapere chi ce l’avesse messo. Poi, aveva compreso, nuovamente, che lui l’aveva preceduta, anche in quello: l’aveva fumato con la felice e instancabile voluttà che contraddistingue le prime volte ma sentendosi dentro la padronanza dei gesti di chi, da sempre, usa farlo; l’aveva ringraziato, come se in fondo a quei respiri di tabacco ci fosse la sua rinnovata anima, più completa.

Pronta, alla fine, aveva ripreso la via verso il mare, quasi in una sfrenata corsa. Disordinata. Esagerata. Lasciando cadere il giubbotto sulla sabbia ma senza darsi il tempo di spogliarsi, entrando vestita, impaziente, perché non poteva più permettersi di perdersi, alla muta ricerca di una definitiva liberazione. Eccola, l’acqua, ecco il freddo sulla pelle. Ecco che respirava più a fondo, per un breve intervallo, come nei suoi momenti preferiti: le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, e lei rifiatava. E le assaporava.

Dio, che meraviglia quel sentirsi nude e leggere, anche così, anche con i jeans appesantiti dal mare, appiccicati alle gambe. Che meraviglia immergere la testa tra le onde, uscirne con gli occhi sbarrati, brucianti, aperti a nuove prospettive; far gocciolare i capelli lungo il collo incuranti dei brividi, togliersi del tutto i vestiti per offrirsi al mondo, a tutti, a lui, al suo naso che avrebbe potuto annusarla, guardarla, cogliere i suoi nuovi contorni, delineare la sua nuova figura. E a lei, che avrebbe infine potuto accettarsi. E smettere di combattersi.

E poi, immergersi a fondo e tornare a galla, rimanendo sospese. Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.

Dio, che meraviglia sentirsi così.

Una volta tornata a casa, gli avrebbe scritto una lettera, l’ultima. Ringraziandolo di essere venuto, di essersi unito a lei, di aver finalmente formato un’unica essenza. Di averla resa compiuta e non più spezzata. Poi, sarebbe andata all’armadio, avrebbe preso la scatola di destra e quella di sinistra, e ne avrebbe riversato il contenuto una dentro all’altra. Mescolandolo con foga, ricreando la confusione dalla quale era nata e che tanto, negli anni, aveva odiato e temuto.

Eccola la pace tanto anelata.

Dio, che meraviglia.

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