“LE COSE CHE IO SO”, fotografia di Ivano Mercanzin

“Non è bello dire che se tu non sei felice, allora io lo sono.

Ma io lo so, di che colore diventano le tue mani, dopo aver passeggiato per ore al freddo. Quel rosso che è mescolato al rosa, e che all’inizio mi faceva preoccupare, pensando al nostro futuro. Io lo so, ed è come custodire un gioiello. Ricordo nonna, quando mi spiegava della dote che la sua mamma le cuciva, anno dopo anno, aspettando il giorno in cui si sarebbe sposata. L’attesa che si creava attorno al momento della consegna, la sensazione unica di entrare finalmente in possesso di un tesoro. Rivedo i suoi occhi annacquati, mentre riviveva quell’attimo raccontandomene i particolari, e la gioia che le bruciava dentro me la sento addosso quando penso alle tue mani rosse. Il mio tesoro, il sapere di te cose che nessun altro sa. Le prime volte che me ne accorgevo, le ritiravi, a disagio. Dicevi che non era niente, ma poi durante le passeggiate successive ritornavano. E io te lo richiedevo, cosa c’era che non andava in quelle mani. Le dita con le quali accarezzavi la mia faccia erano violacee e fredde. Mi ci sono innamorata, di quelle dita, e anche del nome di quello strano disturbo della circolazione, quando finalmente mi hai spiegato. Un pezzo di te, che avevi soltanto te. Era con quelle dita che mi piaceva farmi accarezzare, e ogni volta che uscivamo a camminare ti venivo vicino, fermando spesso il tuo passo, solo perchè mi toccassi il volto con quelle mani. Ci vedevo una magia, dentro.

Oggi, quando Giulia mi ha raccontato di averti visto con quell’altra, ho pensato alle tue mani. Lei mi parlava di come eravate vestiti alla festa della scuola: pantaloni neri e maglietta azzurra, per te. Ho immaginato le tue mani rosse, che portavano alla bocca un bicchiere di coca cola. E attraverso il vetro, finchè bevevi, ho visto il tuo sguardo che cercava gli occhi della tua nuova fidanzatina. Chissà se anche lei, come me, ti sorride col pensiero. Chissà se anche lei, quando ti guarda, si innamora ogni volta di più. E ti ripete che sei bello. Giulia mi ha detto che non lo sei più, come una volta. Ma io non le credo. Dice che il tuo sorriso è andato da qualche altra parte, lontano da qui. Ma io lo so, che non è volato via. Dice anche che non ti vesti nemmeno più come una volta, quando stavi con me. Ah, ma io ti immagino, alla mattina, davanti allo specchio lungo della tua camera! Apri l’armadio di fronte al letto e guardi in alto, dove appendi le camicie. Ne prendi una a caso, senza pensare al colore che le tue mani potrebbero avere di lì a poco, e poi afferri i jeans buttati sulla sedia la sera prima. Ti guardi ancora con attenzione, quando sei pronto? E pensi a lei, quando lo fai? Io lo so, come ti sistemi i capelli, dopo aver infilato la camicia dalla testa. Ti spettini tutto, nella fretta, e allora te li aggiusti. Sbuffando. Ridevo sempre, quando lo facevi con me lì a guardarti. Passavo a salutarti prima che andassi a lezione e tu, dopo avermi baciata velocemente, mi dicevi di sedermi sul letto, che dovevi prepararti. Socchiudevi la porta della stanza e in sottofondo c’era il rumore della tv dei tuoi, che in cucina finivano di mangiare. “Ne vuoi un po’?”, mi chiedeva ogni volta tua mamma, quando entravo. Io mi fermavo a chiacchierare volentieri, perchè lei è davvero gentile. Si è sempre preoccupata di sapere come stavo e come stavano i miei, anche se non li ha mai conosciuti. Ma tu tornavi a riprendermi al volo, tirandomi per un braccio, dicendo che era tardi e tenendomi un po’ il muso, perchè venivo per te ma poi mi perdevo in chiacchiere con tua mamma. “Cosa avrete mai da dirvi?”, mi urlavi. Adorabile. Ecco, io lo so il muso che facevi in queste occasioni. Il mio tesoro.

Non ce la vedo, tua mamma, a parlare con la tua nuova fiamma. Mi sembra una persona tanto a modo, lei, che non credo possa riservare le stesse attenzioni anche a quella ragazzina. Che interesse può avere, a sapere come stanno i suoi? Lei verrà da te giusto per farti un saluto prima delle lezioni, e siccome sarà sempre troppo tardi tu la lascerai sull’uscio, lo so, perchè tanto starai uscendo anche tu. Urlerai: “Mamma, vado!”, e i tuoi non si accorgeranno nemmeno che c’è qualcuno fuori ad aspettarti. Lo so. Meglio così, poveri. Immagino che nutrano ancora delle speranze di vedermi riapparire a casa vostra, un giorno o l’altro. Te lo avranno anche chiesto, qualche volta, no? “Quand’è che riporti qui Chiara?”.

Io lo so, di che colore diventano le tue mani, quando cammini al freddo. Fanno luce. La tua magia. Mi mancano, le tue mani. Le rivedo spesso, appoggiate alle mie. Incastrate dentro, bianco e rosso mescolati. Anche quando ci parlavamo al telefono, erano sempre loro a venirmi in mente, per indovinare di che umore eri. Non i tuoi occhi chiari, che si scurivano quando eri arrabbiato. Non la tua fronte, che si accartocciava quando mi dicevi che volevi uscire con i tuoi amici e io ti pregavo di non farlo, perchè ciò che volevo veramente era solo stare assieme a te. Quando mi rispondevi stizzito, e mi mettevi giù il telefono. Allora, non immaginavo il tuo volto, ma le tue mani. Mi chiedevo sempre di che colore fossero in quel preciso momento, perchè erano per me lo specchio della tua anima. Sapevo che quando eri sereno rimanevano di quel tono tenue, che quasi non le vedevi nemmeno. E sapevo che se qualcosa ti turbava, come il freddo nelle nostre camminate, allora divenivano rosse e viola e amaranto, a seconda del grado del turbamento. Sono state più spesso scure, che chiare, durante il tempo che io e te siamo stati insieme. A dir la verità, mi piaceva colorartele, e allora discutevamo sempre. Quasi ogni giorno. Volevo vedertele sul mio viso, una carezza scura sulla mia pelle diafana. Nell’ultimo periodo, quando passavo da te per il saluto prima delle lezioni, mi dicevi che lo facevo apposta. Che ormai ogni giorno m’inventavo un motivo per discutere, per farti arrabbiare. Per rovinarti la giornata, dicevi. Ma era più forte di me. Amavo stare a guardare come, mentre ti vestivi davanti allo specchio, via via che la tua voce si alzava, il colore delle tue mani cambiava.

Immagino che lei, invece, ora ti faccia stare tranquillo, perché forse non ha la mia stessa passione per il colore. Giulia mi ha riferito le voci che corrono: che hai trovato quella giusta, che siete sempre insieme, che sei innamorato perso, che sei sereno, finalmente. Quando mi ha detto “finalmente”, mi ha guardata di sottecchi. Come se lo pensasse anche lei, che è mia amica. Lei che, quando eravamo ancora insieme, mi riprendeva, perchè diceva che ti facevo impazzire. Tu, così tranquillo e buono, ti facevo diventare matto, e prima o poi questo avrebbe portato la nostra storia alla fine. Non lo capiva nemmeno Giulia, che non potevo farne a meno. Ma io lo so, che adesso non sei felice. Me lo sento. Le chiedo sempre di che colore sono le tue mani, quando ti incontra, e ogni volta mi risponde come se avesse davanti una matta. “Di che colore vuoi che siano?”, mi dice, come se fossi davvero una decerebrata. Ma io lo so, che le tue mani sono vive solo quando diventano rosse, e tu non puoi esserlo, se sono chiare. Custodisco il mio tesoro come una cosa che mi arricchirà, prima o poi. Perchè verrà il momento in cui tutti lo sapranno, che non sei felice con lei, e allora la mia luce brillerà di nuovo. E la tua magia, forse, ritornerà da me.

Non è bello dire che se tu non sei felice, allora io lo sono. Ma è più forte di me.”

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