“In mezzo a quel buio”, fotografia di Marco Redaelli

“Stavolta è stato diverso, fin da subito. Non c’era il solito paesaggio e nemmeno la nostra casa. La musica che accompagnava tutte le nostre azioni. La luce addormentata che entrava dagli scuri ancora semichiusi. I profumi della colazione. I tuoi passettini eccitati dal risveglio e la sua voce senza spigoli che ti parlava. I colori del mattino, quando ancora si devono definire.

Niente di tutto questo. Come se l’avessi ormai sognato già per troppe volte, e sia arrivata l’ora di cambiare. Anche i sogni hanno una durata, sai, e una scadenza. All’inizio non ne ero contento. Quel sogno mi accompagna da mesi ormai, è quello che mi resta ancora appiccicato alla pelle e al cuore del nostro periodo felice. Ecco perché me ne sto sempre a letto. Non so se, finchè si dorme, di notte, ci si possa davvero rendere conto di ciò che si sogna e si possa capire che non ci piace. Ma a me è successo, te lo giuro. Ho stretto i pugni, di sicuro, perché ancora un po’ mi fanno male, stamattina. Mi sono arrabbiato, perché quello che la vita ti toglie ti dovrebbe essere sempre restituito, nei sogni.

Ho stretto di sicuro anche gli occhi, anche se erano già chiusi. E forse ho provato a nascondere un po’ la testa, come fai tu col tuo musetto, quando non vuoi vedere o essere vista. Ma non ha funzionato. Lei non c’era più, e nulla delle nostre mattine insieme era rimasto. Nessun suono, nessun colore. Tutto passato con la candeggina, slavato e muto.

In mezzo a quel buio, è poi arrivato il vento. Un’aria potente e leggera, che non riuscivo a vedere ma che potevo sentire dappertutto, come una carezza che porta una storia e la racconta senza bisogno di parole. La scena si è delineata poco alla volta, mano a mano che si puliva: c’era uno spazio nuovo che mi è sembrato grande, molto grande. E vuoto. Nero tutto intorno e un buco d’argento al centro. La prima cosa che ho messo a fuoco dentro a quella cornice chiara è stata la tua coda all’insù, il movimento tra i tuoi peli mossi da quel vento gentile. Le macchie nere, che conosco a memoria ormai, sparse sul tuo corpo bianco. Le mie mani strette attorno al tuo muso. I tuoi occhi aperti a vegliare su di me, e i miei chiusi, su di te. Mi è parso di ascoltare il mio respiro profondo, mentre inspiravo il tuo odore, che ha sempre il dono di calmarmi lo spirito, quando se ne va.

D’un tratto, mi è sembrato di percepire la sua mano. Aperta su di noi, a passare tutto il nostro contorno, partendo dalla mia testa chinata su di te. Un tocco lieve, fino alla punta della tua codina all’insù. Dopo poco, è arrivata anche l’altra sua mano. Questa l’ho sentita chiaramente, sai, c’era davvero: si è fermata sulla mia nuca e ha aspettato che l’altra ritornasse su, fino alla tua. Poi, una pressione poco più forte, un calore che ha fatto un giro in tondo. Come un abbraccio circolare. E un attimo prima di non sentirlo più, la pressione sulla mia nuca è aumentata fino a diventare una spinta, dolce, verso di te. Dopo di che, nulla più. Né il vento, né il calore, niente. Solo io e te, io davanti a te, tu davanti a me.

Quando ho aperto gli occhi, mi sono svegliato. Ho mosso il braccio sul letto e ho sentito il tuo pelo morbido. Ti ho cercato la nuca, dove la sua mano nel sogno ti aveva stretto a me. E l’ho trovata calda.

Non so nemmeno io perché ti racconto tutto questo. Sono sicuro che tu già lo sai. Ecco perché non mi lasci mai solo. E perché mi guardi con i suoi occhi. Cercherò di chiudere i miei il meno possibile, d’ora in poi, per non perdermi nemmeno un minuto di questo spettacolo. E se proprio dovrò sognare, vedrò di farlo a occhi aperti.”

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