“IMPARERAI ANCHE QUESTA BELLEZZA”, QUADRI DI LIVIA CAPUTO

foto livia

C’era un’ora del pomeriggio in cui le attese si coloravano. Dopo la scuola, dopo il pranzo in famiglia, dopo i compiti; dopo tutto. Arrivava, finalmente, il momento in cui potevo uscire per andare.

La prassi era abbastanza consolidata, e questo ripetersi degli eventi in qualche modo mi tranquillizzava: mi sembrava che, a dispetto di tutto – umori della casa, voti in classe, vestiti che non mi piacevano per niente ma che ero costretta a indossare, il ragazzo dei miei sogni che sembrava non esistere – tutto continuasse ad avere una certa circolarità. Uscivo per prima, completavo la strada fino allo stop, poi mi fermavo sotto casa di Cri e citofonavo. Apriva senza nemmeno guardare chi fosse, tanto era sicura. Poi, insieme, arrivavamo da Sandra. Di solito, la porta era aperta. Entravo io e da sotto alle scale la chiamavo urlando. Si affacciava  sempre sua madre, chiedendo “Chi è?” con il medesimo tono di reale curiosità. Quando mi vedeva, faceva un sorriso timido, che quasi chiedeva scusa al mondo. Era una donna speciale, lei. Me la ricordo bene. La sua voce strideva un po’ con la sua innata bontà, come se le fosse stata data in dote prima che le si formasse una personalità ben delineata. Ogni domenica mattina, quando non c’era scuola e io, che mi svegliavo sempre troppo presto, passavo da loro dopo le dieci – perché non ce la facevo più ad aspettare – lei mi permetteva di andare in camera di Sandra, per darle la sveglia. Non prima, però, di avermi rifocillata per bene con le sue deliziose torte, come se il percorso che avevo dovuto compiere per arrivare a casa loro fosse stato lungo, oltreché impervio. Invece, abitavo a pochi isolati, e lo spazio lo riempivo correndo, impaziente.

Nei pomeriggi di cui parlo oggi, invece, dopo aver visto furtivamente il suo viso da sotto alle scale, lei spariva. Tempo qualche minuto, scendeva Sandra. Di corsa, facendo un gran rumore. Credo che le attese si colorassero anche per le mie amiche, a quell’ora, anche se in maniera diversa dalla mia. Non era ancora il tempo in cui ci saremmo fatte belle, per uscire, ed ecco, forse, cosa più mi manca, di questo ricordo. Eravamo più libere, ne sono certa, pur senza saperlo. Partivamo a passo spedito, ognuna verso il proprio obbiettivo. La strada ci portava dall’altra parte del paese, una camminata di dieci minuti durante i quali parlavamo come se non ci vedessimo da anni, come se non ci fossimo salutate appena tre ore prima, dopo la scuola. Ma il tempo, per noi, quello passato lontane le une dalle altre, portava con sé sempre una quantità incredibile di novità da raccontare, chissà perché. Oggi, se ci rivedessimo dopo tanti anni che non li so nemmeno contare, non ci racconteremmo niente, temo. Il tempo non è più quello di una volta.

Arrivate all’altezza del campo sportivo, ci dividevamo. Sandra, la più matura di noi tre nonostante l’aspetto fisico la facesse sembrare più giovane di qualche anno (era piccola, rispetto a noi, e portava lunghi e lisci i suoi capelli d’oro, sempre pettinati allo stesso modo, come una brava bambina appena uscita dalle cure amorevoli della mamma), lei era quella che aveva chi la aspettava: all’angolo della strada, nemmeno il più nascosto, perché non le importava quello che diceva la gente, c’era una piccola congrega di ragazzi, di un paio d’anni più vecchi di noi. Arrivando, li sentivamo da lontano ridere e sghignazzare come bambini; ricordo che non ci trovavo niente di interessante in tutto quel rumore, che, all’opposto, affascinava molto le mie amiche. Qualcuno di loro fumava pure, e questo mi infastidiva, invece che attrarmi. Ma non ho mai avuto interesse di farglielo sapere, tanto non mi fermavo. Erano cinque o sei, non so dirlo con precisione, ed erano tutti compagni di classe. Fabio aspettava Sandra. Aveva i capelli biondo scuro, e li portava lunghi sul collo. Era piccolo di statura, almeno quanto lei, e forse era questo particolare a spingerlo a voler strafare, sperando così di mettersi in mostra. Era sempre un po’ sopra le righe, portava giubbetti in pelle su pantaloni strettissimi e borchie dappertutto; i suoi racconti narravano di birre bevute al bar di fronte, giocando a flipper e facendo passare il tempo con ricercata indolenza. Un uomo in miniatura, insomma, ma non lo sapeva nemmeno lui. Cri, invece, faceva il filo all’amico di Fabio, di cui non ricordo il nome. Non mi piaceva nemmeno lui, anche se per motivi diversi. Era alto, più di lei (che mi sovrastava di dieci centimetri buoni), e muscoloso. Giocava a rugby, in una squadra in città. Lo faceva da anni, e questo traspariva dai modi gentili e rispettosi che aveva nel muoversi in mezzo al gruppo di amici, secondo un codice agli altri sconosciuto; ma mi guardava in modo insistente, e questo mi infastidiva. Lei sembrava non accorgersene, e io non avevo il coraggio di dirglielo. Le volevo troppo bene, e avevo paura mi prendesse per matta, o, peggio ancora, che pensasse che volessi attirare l’attenzione su di me.

Così, dopo qualche frettoloso e imbarazzato saluto, lasciavo le mie amiche in pasto al branco e mi incamminavo da sola, con i loro sguardi e le loro voci alle spalle. Lì, iniziava l’ultima parte del mio viaggio, quella che mi portava oltre al campo sportivo, nel quartiere nuovo abitato da chi aveva i soldi, la zona residenziale del nostro piccolo paese. Le guardavo con un misto di riverenza e invidia, quelle grandi case; pensavo all’appartamento dove vivevo e non capivo perché la vita dividesse le persone già dalla nascita. Avrei voluto nascere da quella parte del paese, abitare in una villa dalle ampie finestre, dalle quali il sole – lo stesso che a stento passava attraverso le veneziane che mamma teneva sempre abbassate in cucina – entrava facendo un gran rumore, piuttosto che in punta di piedi come nelle nostre stanze. Invece, ci venivo solo a guardarle, quelle case, ogni pomeriggio. Mi immaginavo le facce sorridenti delle persone che le abitavano, le loro giornate senza problemi, i loro lineamenti belli, senza difetti, i vestiti in ordine e sempre all’ultima moda. Niente discussioni. Niente musi lunghi. Nessuna tristezza.

Il primo giorno che l’ho visto, stavo pensando alla verifica di matematica; me lo ricordo bene, perché il suo viso si è materializzato d’improvviso da dietro la vetrata, dando sostanza alla faccia del prof che qualche ora prima mi aveva dato l’insufficienza: aveva gli stessi capelli argentati e gli occhiali poggiati sulla punta del naso. Non era stato bello, trovarselo davanti così, ma poi avevo capito che non si trattava della persona alla quale stavo pensando con rancore. Gli somigliava solo. Se ne stava ritto in piedi, poggiato al vetro, da quel che riuscivo a vedere. E mi osservava con intensità. Qualcosa, stranamente, nel suo sguardo mi aveva indotto a rallentare il passo, invece che a fuggire; quasi che fosse lui, da dentro quella casa, a manovrare i miei movimenti. Ero arrivata a fermarmi, alla fine, a pochi centimetri dal suo cancello, poggiandomi a esso come lui, dall’interno, se ne stava appoggiato al vetro. Un lungo giardino divideva l’accesso dalla stanza da cui mi guardava: una distanza che mi pareva impossibile da coprire, lui, dentro una villa da sogno, e io, sulla strada a guardarlo. Ma così, d’un tratto, il suo sorriso l’aveva coperta tutta, quella distanza, colorando l’erba del prato di un verde che ai miei occhi era parso inspiegabilmente più acceso. Poi, aveva aperto la vetrata e lentamente, con fare un poco dolente, mi aveva raggiunto. Non ho mai saputo dire cosa mi avesse tenuta incollata con i piedi a terra, senza fuggirmene via: mamma e papà mi avevano indottrinato per bene fin da piccola sul fatto di non dare mai confidenza a un estraneo. Questo che mi stava davanti, però, ai miei occhi non era un estraneo: mi sembrava di riconoscere nella sua timida grazia un qualcosa di familiare, che aveva a che fare con il mio essere introversa e schiva nei confronti del mondo intero.

Quella era stata la prima volta che mi aveva dato le sue caramelle, anche. Tra le mani, come avrebbe continuato a fare per tutto l’anno scolastico, ne teneva infatti una manciata, al gusto di menta. Erano lunghe e sottili, con la carta bianca e verde ai bordi. Offrendomele, quel primo giorno, me ne aveva scartata una davanti agli occhi, l’aveva portata in controluce e mi aveva invitato a osservarla per bene. “Ha l’anima trasparente, lo vedi? Sembra una pietra preziosa. Come te.” E poi l’aveva messa in bocca, mangiandola, regalandomi quelle che ancora teneva nell’altra mano. Ogni pomeriggio, da quel giorno, attendevo il momento di uscire con una specie di fuoco dentro. Guido, questo il suo nome, era diventato essenziale d’un tratto, per me, perché il solo pensiero che lui mi aspettasse pareva dare un nuovo senso alle mie uscite, dal punto in cui lasciavo le mie amiche al campo sportivo in poi. Avevo capito quello che Cri e Sandra già vivevano, il senso di completezza che può dare il pensiero di essere attesi. Ho imparato allora il sapore che ha il sentirsi importanti per qualcuno. Guido se ne stava ogni pomeriggio con la fronte alla finestra, le mani piene di caramelle alla menta e il cuore traboccante di ricordi. Mi raccontava le sue storie a piccoli morsi, per non stancarsi, per non stancarmi. Non voleva perdermi, credo. Mi chiamava Maria, anche se il mio nome glielo ripetevo un po’ infastidita ogni volta, ma il modo in cui pronunciava quelle sillabe era un inno alla vita, che lo appagava in maniera ancora inspiegabile, per me: il suono di quella parola pareva dargli energia, come una carezza segreta, che da dentro qualcuno gli riservasse ogni volta che lo pronunciava. Io ero la sua Maria, tornata indietro da un passato chissà quanto lontano, e i minuti con me gli davano felicità. Non rispondeva mai alle mie domande, la sua mente seguiva un percorso contorto che solo lui conosceva; avevo imparato ad accontentarmi di essere spettatrice, perché c’era una grande magia attorno ai suoi racconti. Un’unica volta mi ha spiegato perché avesse scelto me. Mi osservava da tempo aggirarmi per quel quartiere, alla solita ora, di pomeriggio, mi aveva confessato. Dapprima, aveva pensato che andassi a trovare qualcuno, un’amica, un fidanzatino. Poi, però, aveva studiato bene le mie espressioni e aveva capito che la mia era solo un’attesa. “E’ proprio così, Guido. Le mie amiche hanno il loro gruppetto di ragazzi, ma a me non piacciono. Usciamo tutti i pomeriggi, ma poi, arrivate al campo, ci sono loro ad aspettarle. Così, preferisco lasciarle lì e venir via, gironzolare in questo quartiere per ammazzare il tempo e sognare a occhi aperti.” Mi aveva chiesto di cosa sognavo; mi piaceva parlargli di questo: era come se Guido non esistesse, come se fosse un essere immaginato che mi rendeva migliori i pomeriggi. Le mie parole, dette a lui, sembravano al sicuro, come se depositassi i miei desideri in una cassetta di sicurezza, di cui io solo avevo la chiave. Poi, andavo via e mi ritrovavo le preziose caramelle trasparenti in mano, uniche memorie rimaste a testimoniare della sua reale esistenza. “E tu, perché non stai con le tue amiche?”, mi aveva chiesto di rimando quel giorno. Gli avevo rispiegato che non mi piacevano, quei ragazzi, e gli avevo accennato della certezza che tenevo in serbo nel cuore che mai avrei trovato qualcuno adatto a me. Mi pareva di essere diversa da tutti, con i miei pensieri complicati, ma di questo non parlavo mai con Cri e Sandra. Ridevo, con loro, facevamo chiasso e spettegolavamo dei nostri compagni a scuola, dei jeans che desideravamo, dei prof e delle bidelle. Di pomeriggio, con Guido, veniva fuori tutto il resto. “I tuoi piedi lo hanno già imparato, sai”, era stata la sua risposta. “E’ stato proprio questo a portarti a me. Ho osservato per giorni il modo lieve in cui cammini: sollevi la scarpa per fare un passo e poi la tieni sospesa per un attimo in aria, prima di rimetterla giù, senza fretta, per goderti quell’istante; non come fanno tutti. I tuoi piedi già lo sanno, cos’è l’attesa. E tu, col tempo, imparerai anche questa bellezza. L’attesa è uno dei sapori pieni della vita. Il non sapere ancora cosa ci aspetta, quel tratto in cui ancora tutto può essere. Ecco, mia cara Maria, la tua vita adesso è un’attesa, e per questo è un prodigio. Un giorno ricorderai queste parole, e allora probabilmente sarà già tardi. Nel frattempo, vivi questo momento. Vivi, semplicemente.”

Ho smesso di andare a trovarlo poco dopo la fine dell’anno scolastico, quando al campeggio parrocchiale ho conosciuto Matteo, e al ritorno a casa i miei pomeriggi, dopo il bivio del campo sportivo, li ho trascorsi con lui, il suono delle risate sguaiate degli amici di Fabio in lontananza, e una gioia nuova nel cuore. Non credo di aver più pensato a Guido e alle sue parole, nei mesi di quel folle primo innamoramento, ma forse, nel profondo del mio cuore, sapevo che l’attesa, quella di cui lui mi parlava, mi aveva condotta lì. Quando la storia con Matteo è finita, sono tornata a cercarlo. I miei passi forse più tristi, la mia anima più pesante. Ho sempre trovato chiusa, la sua vetrata, le persiane abbassate come se fossero arrabbiate con me, come se la casa stessa difendesse Guido, che avevo così indegnamente dimenticato. Ho smesso di sentirmi in colpa solo quando ho scorto il cartello In vendita posto sul cancello, qualche tempo dopo. Guido se ne era andato davvero, definitivamente, ma mi aveva lasciato una gemma nel cuore.

Ancora oggi, compro le sue caramelle al supermercato quando sono un po’ giù. Non sono proprio le stesse, ma sono simili e questo basta al mio scopo. Ne scarto una lentamente, e, prima di mangiarla, la metto in controluce. Così, mi sento una pietra preziosa e prendo a camminare, dosando il tempo in cui un piede rimane sospeso per aria prima di poggiarsi a terra, tra un passo e l’altro. E le attese, qualcuna almeno, si colorano di nuovo.

 

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