“IL FOTOGRAFO NELLA FUCINA DELL’ARTE”, foto di Ivano Mercanzin

E’ come un vento, l’occhio del fotografo. Con ali grandi, che gli permettono di passare in silenzio, non visto, sopra alle cose.
Me lo immagino, Ivano, quel giorno, prima di iniziare gli scatti, mentre si prepara con cura, guidato dall’istinto; indossa un lungo mantello invisibile, toglie le scarpe, si tappa la bocca con del nastro adesivo e, con lo stesso, fissa gli occhi, perché rimangano ben spalancati: deve sembrare un’ombra, mentre si muove e i suoi passi non devono lasciar traccia. Lo stupore che ancora non conosce non deve fargli emettere suono, e la sua vista non deve perdersi nemmeno un piccolo fotogramma. Si controlla per bene dall’alto in basso affinché tutto sia a posto, e poi va: è pronto.
Ma pronti non lo si è mai, quando ci si immerge nella meraviglia. La vita ci insegna a registrare gli eventi e i paesaggi che ci circondano: ce li facciamo amici, perché questo ci tranquillizza; sappiamo già a cosa andiamo incontro, a ogni nuova alba – la stessa strada per andare al lavoro, gli stessi orari, le stesse facce, le stesse azioni. Alla fine, diventa un film. Visto e rivisto, un luogo sicuro e senza variazioni, dove abitare quasi senza attenzione. La vita, spesso, ci addormenta.
Ma che bello, a volte, risvegliarsi d’un tratto. Annusare l’aria della creazione, veder delinearsi le forme. Ivano inspira a fondo, quel giorno, appena mette piede nella fucina dell’arte. L’aria profuma di nuovo. I rumori non sono attutiti, anzi: sono spigoli che tagliano lo spazio e prorompono fieri, forieri di ciò che sta nascendo tra le pareti di quel luogo senza tempo. Chiude gli occhi per un attimo e si lascia trasportare: i suoi piedi iniziano la danza muta che lo condurrà, con riverenza, tra i maestri della pietra. Quando li riapre, una lieve nebbia gli aleggia davanti, impalpabile farina del nuovo mondo. Polvere bianca: ciò che rimane di forme appena sbozzate, che vola nell’aria e si deposita dappertutto, come una benedizione.
Si ferma, stupito, in religiosa attesa, prendendosi il tempo necessario – quello spesso dimenticato, che non conosce fretta – per osservare tutto e fondersi con esso. Le mani sapienti e vissute che disegnano la pietra ancora incontaminata – vanno da sole, guidate da antiche reminiscenze, seguendo linee impercettibili e riportando alla luce incanti che sembrano sepolti dal tempo. Le gocce di sudore che camminano lente sulle fronti degli scultori – volti concentrati, attenti, in silenziosa comunione con la materia che hanno davanti. Le statue che prendono vita – uscite da epoche storiche lontane, e portate lì dalla forza dell’ineluttabile, cariche della loro forte memoria. La dolcezza dei visi scolpiti, l’immortalità che aleggia nell’aria e che lo fa sentire parte di qualcosa di più grande. Il vento che vola alle vesti delle sinuose figure e ne muove le stoffe creando curiosi drappeggi, pietrificati ma aerei – ed è una meraviglia la sensazione di sentirlo soffiare al suo orecchio, leggero; gli viene quasi la tentazione di ascoltare le voci che porta con sé. E poi la grazia, la magia della scintilla d’arte che esce dalla pietra immacolata, la devozione dei maestri al servizio della bellezza. La loro umiltà nello sfiorare quel materiale così candido, la loro gratitudine. La fatica, anche. I disegni e i modelli, le prove pazienti fatte di carta sottile, come nell’atelier di un grande sarto. L’incedere della luce nel laboratorio, infine. Il suo modo delicato di cadere sulle forme, colorandole. Un ambiente quasi sacro.
Non era pronto, Ivano, a tutto questo, prima di entrare. Pronti non lo si è mai, davanti alle meraviglie. L’antidoto, forse, sarebbe quello di abituarcisi, come per il resto. Vedere, sempre, con gli occhi di chi ha già visto. Quei massi squadrati e bianchi, imponenti e leggeri al tempo stesso, pregni di un segreto che arriva da chissà dove. Guardarli, allora, e ignorare che sono pagine da scrivere, libri da leggere, storie da raccontare; passarci davanti e fingere che siano morti, rimanendo sordi alle loro voci. Sarebbe questa, forse, la soluzione per non innamorarsi a ogni sguardo, dentro alla fucina dell’arte. Per non perdere battiti di un cuore sorpreso, che vorrebbe fermarsi lì.
Io ci ho provato, ma non ci sono ancora riuscita. Il mio cuore preferisce la meraviglia.

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