“GUANTI DI VELLUTO”, fotografia di Ivano Mercanzin

 

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Me ne venivo spesso, da adolescente, a camminare lungo questo argine. Ciò che mi attirava qui era il modo in cui la terra, d’un tratto, scende brusca, fino a tramutarsi in fiume. D’inverno – quei lontani inverni erano incredibilmente ricchi di pioggia e l’acqua vi scorreva vociando con grande fragore – era la musica che usciva dal suo letto a tenermi legata a questo luogo. I miei pensieri tristi divenivano improvvisamente troppo timidi e il loro rumore – ciò che di solito, nelle lunghe ore dei pomeriggi dopo la scuola, mi pareva insormontabile da qualunque altra voce – veniva azzerato. L’acqua li ricopriva tutti e io ne gioivo. Ero attorniata da uno spazio sconfinato e potevo starmene con la mente libera, finalmente svuotata.
Ogni volta che ne sentivo il bisogno, ci facevo ritorno: correvo a casa svelta dopo le lezioni, e non parlavo con nessuno lungo la strada, perché non volevo perdere tempo. Mangiavo in silenzio; mamma mi guardava pensierosa e io lo so – ora lo so – quali fossero le sue paure. Non aveva modo di capirmi e credo si sia lentamente consumata negli anni in questa maniera. Ripensando al suo viso costernato, mentre di sottecchi cercava di cogliere un cenno nei miei occhi che le parlasse di quello che avevo dentro, so di averle inflitto la pena più grave: quella di essere assolutamente certa della incurabile tristezza della propria figlia e di essere contemporaneamente consapevole di stare fuori – fuori – dal suo mondo. Senza poter lanciare una corda per provare a salvarla. Credo di averla convinta, nel tempo, di non averne diritto. Da dove mi arrivasse questa certezza, ancora non lo so.
La neve, qui, oggi mi fa pensare alla purezza che ho perduto, a quella che forse non ho mai davvero conosciuto. Quella stessa che rivedo nei giovani volti dei miei figli, ora, quando mi guardano con la speranza negli occhi e l’assurdo, immotivato istinto che li porta a fidarsi di me. Mi pare di essere diventata migliore, nel tempo, ma non so dire perché i loro cuori debbano affidarsi a me in questo modo. Io so di non averlo mai fatto, con mamma, e so per certo di averla uccisa per questo, negli anni. Quando penso a una preghiera, non ci sono parole nella mia testa, né cantici. Solo un’intenzione: quella impressa negli occhi di mamma, quando mi fissava implorandomi di capire. Di lasciare che mi amasse. Di lasciarmi amare, non di amarla: le sarebbe bastato questo, che io mi affidassi a lei. Eccola, l’unica preghiera che conosco, ma che non ho mai praticato.
A volte, di sera, quando ora mi siedo per un attimo in camera a fianco dei loro lettini prima che si addormentino, cerco di riportare lì dentro gli occhi di mia madre. Chiudo i miei, e li stringo forte, perché il ricordo è troppo doloroso, e quando passa porta con sé una grande pena. Qualcosa, non so da dove, esce dalle mie labbra. Parole che parlano di un amore che non so spiegare bene, quello che insegna della vita senza chiedere nulla in cambio, come mia madre. Così, faceva lei. E infatti, non le ho mai dato nulla, in cambio. Nulla. Solo parole insulse, vuote come stanze disabitate. Scarne e senza anima. Oggi, ci provo, lo giuro; voglio, con tutto il cuore di cui sono capace, che i miei figli non diventino come me. Cerco di riportare a memoria quello che mi narrava mamma: io non la ascoltavo, ma qualcosa, da qualche parte nel mio cervello, metteva tutto in un angolo e registrava. Forse capiva la mia inadeguatezza.
E’ il ghiaccio sul terreno, più della neve, a ferirmi dentro stamattina, mentre cammino. Le scarpe fanno rumore e in questo silenzio – lo stesso che ritrovavo qui negli anni della mia adolescenza – prendono un tono grave che assomiglia a delle urla. Mi fermo per un attimo per ritrovare il mio respiro e mi guardo intorno: non c’è anima viva. Nessuno. Il sentiero è delimitato da grandi alberi con lunghi artigli affilati. So che quelli di destra costeggiano il fiume, ne riconosco la voce. Ancora, come allora, il suo canto sovrasta la mia inquietudine: in questo breve, salvifico armistizio temporale, lascio andare la mia mente e pregusto il momento, tra poco o tanto, non so, in cui i miei figli inizieranno a fare tesoro di tutti i piccoli insegnamenti che, ascoltando la voce registrata nella mia mente, sto provando a dar loro. Cerco di visualizzare l’espressione stupita che avrebbe mamma, e la sua incredula felicità nel rendersi conto che qualcuno, finalmente, ha imparato da ciò che aveva seminato. Anche se indirettamente.
Un tramite, ecco cosa sono. Una via da percorrere, per gli altri. Come questo sentiero, che costeggia il fiume. E questi alberi, secchi e svuotati, mani piantate al suolo e artigli rivolti al cielo. Il vento li ha piegati e la loro pelle si è segnata, inaridendosi, ma la terra madre li ha protetti, crescendoli, nonostante tutto. Una terra Madre. In cui far germogliare i propri sogni e le proprie visioni. In cui soffocare la tristezza. Fare spazio – tanto spazio – alla gioia.
Mi pare di potermelo immaginare un sorriso rumoroso, di quelli che hanno una voce squillante che sfida i silenzi. Quelli, vorrei un giorno per i miei figli. Sentirli ridere anche a distanza, anche quando vivranno in altre parti di questa città o del mondo e magari non potrò vederli. Vorrei avere una certezza nel cuore, lieve ma immutabile, come l’acqua di questo fiume: saperli sempre con occhi spalancati che non sfuggono, pronti a trasferire emozioni, a parlarsi nel linguaggio di chi può comprendere a fondo il significato dell’amore. Vorrei poter essere certa che mai, negli anni a venire, avranno la visione di avermi uccisa, lentamente, con la loro insondabilità. Vorrei divenissero terre calpestabili, abitabili, colonizzabili. Avessero un luogo in cui la loro tristezza, quando arriverà, saprà essere calmata, coccolata, accudita, fatta crescere, trasformata. Sarà come questo sentiero, magari, che scorre vicino al suo fiume. E avrà una voce ben definita, che parlerà loro della vita.
(Per un attimo, mi sono fatta trasportare. Ho camminato con i loro passi, sui loro passi. Ho seguito la direzione in cui mi portano questi alberi di velluto scuro, calpestando la neve e il ghiaccio, pensando a mamma, alla mia vita, alla sua, alla loro. Mi sono sentita leggera e piena, per un attimo.)
Alla fine del boschetto, prima del dirupo, una leggera curva fa virare il sentiero verso destra. In quel punto, gli alberi si trasformano, perdendo i rami. Divengono creature preistoriche, mani monche, amputate delle loro estremità più belle. E’ come essere usciti da una galleria: i suoni non rimbombano più, disperdendosi nell’infinito. Sapessi liberare la mia voce qui, potrei ammirarla prendere il volo. La manderei da mamma. Le chiederei se è ancora triste, della mia tristezza. Se magari, nel tempo, non abbia imparato a passare sopra alla mia inquietudine di vivere. Se abbia smesso di farsi una colpa per la mia incapacità di amare. Se ha imparato a perdonarmi e a perdonarsi. Se vuole, per favore, prendersi cura dei miei due gioielli, quei nipoti che adorerebbe e ai quali insegnerebbe a lasciarsi guardare dritto negli occhi, perché attraverso gli occhi passa l’amore, tutto quello che le è rimasto dentro e che io rifiutavo. Se ha smesso di soffrire il mio mondo, al quale non aveva accesso.
Se solo avesse trovato il modo di scardinarlo, quel mondo! Saremmo in quattro ora, qui, a correre e a calpestare la neve e il ghiaccio. Sentirei le risate dei miei due bambini e il suo sorriso rumoroso, che si perdono nell’infinito. E io, chiuderei gli occhi e li terrei stretti, non per il dolore, stavolta, ma per trattenere tutto quello che stanno guardando, con il timore che possa fuggire via, dissolvendosi nel nulla.
Quel nulla che ora, riaprendoli, mi ritrovo davanti. Alberi smembrati, senza più rami, come guanti di velluto scuro a cui abbiano tagliato le dita. Ecco ciò che sono sempre stata: un’anima amputata. Mi fermo per ritrovare la voce del fiume, stavolta, che scorre invisibile ai miei occhi, e lascio che la sua canzone mi riempia le orecchie e gli occhi: voglio essere come gli alberi che lo contornano, non come questi, spezzati a metà. Voglio avere rami che sfiorano le nuvole, su cui far crescere la vita. Voglio poterli far diventare lunghi, quei rami, farli arrivare più in alto possibile, forti e rigogliosi, fino al cielo; e una volta che le mie dita lo toccheranno, l’emozione li farà riempire di foglie, dapprincipio invisibili in mezzo al velluto ma via via sempre più vistose. E forti. Trasporterò, instancabile, la linfa ogni giorno per loro, e dentro di essa ci metterò una grande dose di amore, la più grande di cui sia capace. Cresceranno belle e robuste, le mie foglie. Come i miei figli.
E loro, un giorno, quando ne sentiranno il bisogno e andranno a cercar ristoro nel luogo prediletto, si perderanno ad ammirare gli alberi; e la loro tristezza, quando arriverà, verrà calmata, coccolata, accudita, trasformata. Proprio come è successo a me.
 

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