“Fammi il piacere di stare bene”, fotografia di Ivano Mercanzin

Ho un amico gatto, che viene quando accendo la radio. Credo riconosca il leggero fruscio che le mie dita producono sulla plastica nel momento in cui giro la manopola. Non so di preciso da dove arrivi, né quanto spazio debba percorrere per giungere fino a qui; quello che so è che ogni fottuta volta che la tua voce esce da quell’arnese, lui arriva. Dovrebbe essere una gatta, per via dei colori del pelo; me l’ha insegnato anni fa un veterinario che ho conosciuto in paese: fino a due colori maschio o femmina, da tre colori in su solo femmina. Non mi piace. Se fossi gatto, vorrei rimanere maschio, ma averne un sacco, di colori addosso; questa idiozia dei limiti già imposti fin dalla nascita dovrà finire, una volta o l’altra. In ogni caso, due sono le cose: questo, per me, è un gatto maschio; e se io fossi gatto, lo sarei sicuramente anch’io, i miei colori sono sbiaditi da tempo, e mentre me ne sto qui ad aspettare l’ora continuano a farlo.
Quando ero piccolo, le cose mi riuscivano meglio. Ne ignoro il perché, ma mi bastava pensarle ed erano praticamente fatte. Non so se c’entra la storia della disillusione, dei confini mentali, del logorio alla vita; fatto sta che ci mettevo un attimo ad arrivare dove volevo. Oggi, la parte più faticosa, a volte, sembra essere la prima, il pensare delle cose interessanti. Qualcuno mi direbbe che ci si abitua ai pensieri vacui, quasi per difesa. Io, credo che mi sia semplicemente passata la voglia di far nascere nella mia testa qualcosa di meritevole. A tratti, mi pare ancora di doverlo fare; allora, tiro fuori il blocco e la penna e inizio a scrivere. Non mi piacciono i computer: la verità di una parola scritta su carta rimane in eterno. Il peso che le si dà vergandola, il modo in cui la carta assorbe la sua essenza, la velocità o la lentezza con cui prende forma e vita sul bianco immacolato. Scrivere mi fa pensare a mia madre, all’arte silenziosa con cui faceva la pasta. Da sola, al lume di una lampada fioca, quando tutti, la sera, eravamo a letto. Scrivere mi fa venire in mente la sua vergogna di vivere, il modo invisibile in cui avrebbe voluto farlo. Lei non lo sapeva, ma io la guardavo. Spiavo di nascosto, perché mai mi aveva dato il permesso di rimanere alzato dopo che le luci si erano spente, perché era quando si spegnevano le luci che prendeva vita la sua, di essenza. Credeva forse che fossimo tutti uguali, in casa, così dissimili a lei, così simili a suo marito, a mio padre. Io e i miei fratelli. Non si era accorta che aveva seminato e fatto germogliare un figlio uguale a lei, con la stessa vergogna di vivere stampata nel DNA. E io non gliel’ho mai detto.
Vieni avanti, amico gatto, l’ora è arrivata. Ogni sera, quando inizia il tuo programma, hai un pubblico che forse non immagini, qui, in questa stanza. Ti meriteresti di più, lo so, lo sai, ma la vita porta anche a questo. Una stanza tre metri per cinque, un caminetto in un angolo, un divano letto di fronte. Poca luce, come quel lumino che accendeva mamma facendo la pasta. Gli animali pensano che, nascondendo la loro testa ai nostri occhi, dietro a qualcosa o in una buca, non saranno visti. Nemmeno se gli rimane fuori tutto il corpo. Sono esseri superiori. La vera essenza, quella che ci rende davvero visibili, sta nella testa. I corpi, sono tutti uguali, a loro modo. Chi fatto in una maniera, chi in un’altra, ma sono tutti fottutamente uguali. Amo starmene in questa stanza così poco illuminata, stendermi sul divano di fronte al camino e poggiarmi sul cuscino al muro: lì è dove arriva meno la luce, e la mia testa è nascosta, al riparo. Anche da te, che da chissà quale studio radiofonico racconti storie.
Quando sarò diventato abbastanza invisibile agli occhi del mondo, allora lo sarò finalmente anche per me. Credevo bastasse rinchiudersi in questo eremo ai piedi della montagna, fino a poco tempo fa era sempre bastato. Non avere una tivù, un computer, un telefono. Solo un blocco e una penna, per non usarli quasi mai. Con la promessa e la concessione di rimpiazzarli con un blocco e una penna nuovi ogni volta che finiscono. Ho un nascondiglio, sotto al letto, al piano di sopra. Li metto lì. Li numero sulla copertina (uno, due, tre) e li lascio vivere dentro a una valigia. Copro la mia testa, come fanno gli animali, rinchiudendola lì dentro, seppellendola sotto al letto. Mi rendo innocuo e invisibile.
Poi arrivi tu. Le cose che dici e il modo in cui lo dici. Da sconosciuta, ti ho sempre immaginato bella, perché la bellezza ci è stata inculcata nelle teste come una dote essenziale alle cose buone. Non lo so davvero, che faccia tu abbia. Ma di sicuro, sei bella, di quel bello al quale gli stupidi sono immuni. La rivendico da qui, in silenzio, la tua bellezza, e insieme a me il mio amico gatto. Ascoltandoti, lascio parlare parti di me. Mi pare che tu sia dotata di coraggio, o forse è solo che non ti è ancora passata del tutto la voglia di far nascere qualcosa di meritevole. Stasera sei più viva, come se ti fosse successo qualcosa giusto qualche minuto fa. Presenti una canzone e la associ alla felicità. Parli della particolare melodia da cui è composta e ci spieghi che ti viene in mente il sole e la maniera deliziosamente irregolare in cui i suoi raggi, a volte, raggiungono i luoghi più oscuri. La luce, quando è tanta che trasborda, e arriva anche dove non dovrebbe. Come l’energia in questa canzone. Ma lo sai, cosa ti dico? Ci sono canzoni alle quali il sole fa male. E così accade anche per determinati stati d’animo. La sua luce li snatura, li rende in qualche modo diversi da quella che è la loro vera essenza, tentando di trasformarli. Il sole fa male, a volte. E così la felicità. Quando è di troppo, fuori luogo, inopportuna, sfacciata. Così sfacciata che sai già che finirai con l’odiarla.
Io non voglio odiarti. Voglio continuare ad aspettare il momento tutte le sere, dal lunedì al venerdì. I due giorni che ti prendi di riposo sono utili anche a me, sai. Necessari. Non voglio assuefarmi, non voglio che diventi tutto normale. Forse il gatto ti ascolta ogni sera come fosse la prima volta, ma per me non è affatto così; scavo ogni giorno di più, dentro te e dentro me. Scopro un millimetro di testa a ogni ascolto e la mia invisibilità diventa vulnerabile. La tua luce continua a essere sfacciata, ma io continuo a volerla ammaestrare. Chi si stancherà prima?
La musica prosegue senza sosta, ed è come se tu avessi inviato un piccolo e risoluto esercito a colonizzare parti della mia stanza. Mi faccio più piccolo sul divano, e il gatto con me. Mi guardo intorno, ma non vedo nessuno. Immagino il tuo respiro, a microfoni spenti, finché la canzone prosegue: qualcosa di nuovo sta già nascendo nella tua testa, e sarà meritevole anche quello. Tra qualche minuto ce lo racconterai e mi piacerà, lo so. Ci sarà chi ti ascolta lavorando di un qualche lavoro infinito, ripetuto milioni di volte allo stesso modo ogni giorno, che gli logora l’anima; chi lo farà preparandosi una tazza di latte, stanco, prima di andare a letto, chi chiuderà gli occhi e penserà con affetto a una persona amata, chi non farà caso che al suono della tua voce e non coglierà le tue parole, chi starà litigando, con altri o con se stesso. Sarai allo stesso modo una cura, per ognuno di loro, e il tuo merito sta nel guarire il male che li affligge, anche se solo temporaneamente.
La pericolosità dell’effimero. Mi alzo a fatica, le gambe raggruppate sotto al mio corpo si muovono a rilento. Mi vesto a memoria, mentre la musica scorre senza ostacoli tra i ripiani della piccola cucina, attorno al camino, attirata dalla sua luce. Siamo in troppi, qui dentro. Infilo le scarpe e la giacca, i guanti e il cappello. Spalanco la porta e mi volto a guardare il mio amico gatto. I nostri sguardi si dicono cose e lui decide di restare; forse si prenderà cura di te durante la mia assenza, è davvero un amico. Esco e chiudo la porta. La musica ora è prigioniera all’interno e forse è il posto che preferisce. Respiro a fondo per qualche minuto, fermo sull’uscio. Poi, inizio a correre, tra volpi e gufi.
Tu, nel frattempo, fino al mio ritorno, fammi il piacere di stare bene.

foto ivano

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