“Doni invisibili”, fotografia di Andrea Mercanzin

ivano e axel

 

I pensieri più belli mi sono sempre nati quando ero in sua compagnia. I più puliti, i più sani. I più coraggiosi, anche, come quella volta che ho deciso di cambiare lavoro. Ed erano anni che non ero felice.

Era cucciolo, allora, arrivato da noi da poche settimane. Il suo adattamento alla nuova vita aveva qualcosa di terribilmente commovente al suo interno, una forza strenua e allo stesso tempo barcollante che mi faceva sorridere l’anima, quando stavo con lui. Incedeva in maniera goffa, a tratti più lentamente, a tratti come incalzato da un razzo che lo spingeva a brevi e forsennate corse nel giardino di casa. Quando calpestava le piastrelle di ceramica, rischiava sempre di sbattere il naso a terra, scivolando e derapando in maniera molto comica. Io ridevo, e lo facevo a voce alta; mi veniva naturale, senza nessun filtro, senza alcun pensiero. Non lo so – non lo so nemmeno ora – se si risentisse delle mie risate, se contribuissero in qualche modo a farlo sentire ancora meno adeguato alla vita che stava appena iniziando a vivere. Io ridevo, incurante, mentre lui non ha mai desistito, fino ad arrivare a correre in maniera agile ed elegante.

Mai mollare.

E così ho fatto io, decidendo dopo anni di insoddisfatti risvegli che era ora di provare a non darsi per vinti. Mi sono licenziato e ho affrontato il cambiamento con una forza interiore che non sapevo di avere – non credo, in realtà, di averla mai avuta: deve essere stato lui a cedermene un po’ della sua, forse in eccesso.

La casa di quegli anni, prima del trasloco, era esposta a ovest. Nei lunghi pomeriggi d’estate, vedevo scendere le luci del tramonto a colorare il suo pelo chiaro di tutte le sfumature del giorno; mi pareva che, a seconda del mio umore, lui sembrasse diverso, come se le mie emozioni avessero il potere di cambiarlo. Ora so che era vero il contrario: era lui, così piccolo e ignaro, ad avere la forza di mutare i miei pensieri, illuminandoli. Il suo rapporto con il sole è stato speciale fin da subito; quando era stanco, dopo che avevamo giocato e corso e riso, si stendeva a terra, all’angolo tra gli scalini dell’ingresso e il vialetto per il garage. Credo amasse accogliere e far entrare l’intenso calore dei raggi attraverso il folto pelo, e se lo godeva standosene a far niente – già il semplice respiro sembrava affaticarlo abbastanza, dopo tutto il tempo trascorso a giocare – spiaggiato, sul fresco delle ceramiche. Io insistevo a stimolarlo, lanciandogli la pallina e intimandogli di riportarmela, perché ne volevo ancora e non era logico per me che qualcuno decidesse di smettere di divertirsi; non mi rendevo ancora conto che quell’ostinato bisogno era solo mio, non mi capacitavo di quanto bene facesse a me, ascoltare le mie risate. Quanto mi nutrisse in profondità il suono del mio respiro affannato e felice. Ma lui niente, quando decideva che era finita, era finita.

 C’è un tempo per giocare e un tempo per riposare.

Chissà da dove arriva la saggezza degli animali. Lui, che aveva solo pochi mesi, insegnava a me quando era il momento di fermarsi e rifiatare. A volte, mi sembrava di essere il nipote piccolo con il nonno anziano, che dispensava vita; mi faceva anche innervosire, questo suo lato giudizioso. Io, che ho sempre vissuto in maniera razionale e calcolata, mi ritrovavo a dar ragione a un piccolo quadrupede goffo e impacciato. E rivedevo tutte le volte che non avevo capito quando era il momento di smettere, come quando con accanimento continuavo a litigare con Enzo, anche in età adulta, anche se non c’era modo di uscire dalle discussioni, anche quando la cattiveria e l’astio avevano la meglio sul nostro essere fratelli. In quelle situazioni, non avrei dovuto pensare a stendermi a terra e rifiatare, come faceva sempre con grande buonsenso il mio cane, invece di proseguire imperterrito per la mia strada a senso unico?

La mattina, ecco un altro dei doni che rimpiango di non aver compreso da subito. Perché lui, che l’orario ce l’aveva stampato dentro, verso le cinque e mezza di ogni santo giorno iniziava ad abbaiare, come se dovesse raccontarmi tutto quello che aveva sognato, o pensato o vissuto nella notte che era appena terminata. Come a dirmi che non ne poteva più di non parlarmi. Che non aspettava altro, da ore. Che si era trattenuto il più a lungo possibile, e quel punto di non ritorno arrivava inspiegabilmente ogni giorno alle cinque e mezza. Pioggia o sole, buio d’inverno o chiaro d’estate. La sua cuccia era proprio sotto alla finestra della mia camera e oggi sono profondamente convinto che quelle fossero le più belle parole che si potessero desiderare all’alba. Mi arrabbiavo, invece, allora, perché le nostre sveglie non erano sincronizzate: mi anticipava sempre di almeno trenta minuti, e questo mi faceva aprire gli occhi con una buona dose di rabbia già accumulata, pronta a esplodere. Scendevo dal letto con la mente solcata da rughe fresche, appena nate, e uscivo, sbraitando a vanvera.

Poi, lo vedevo. Come descrivere la luce nei suoi occhi? Non so se l’ho ritrovata in altre situazioni, quella cosa. Quel sentimento che ti spinge a pensare che ecco, finalmente stai facendo la cosa giusta, l’unica che ha senso, l’unica che ti fa star bene, quella per cui hai sopportato tutte le ore da solo, quella che ti ha fatto giungere a quel momento. Lui mi guardava proprio così. E mi passava tutto.

Chi ben comincia è a metà dell’opera.

Iniziare la giornata in quel modo, colmo di gratitudine e di amore incondizionato, a volte addirittura ingiustificato, mi ha portato a pensare alla vita in maniera meno aggressiva. Avendolo saputo prima, avrei fatto di tutto per possedere un cane già da adolescente. O forse da appena nato, che la mia difficoltà di vivere già mi mordeva dentro. Mi avrebbe fatto stare meglio, con il cuore e con la testa; ma questo, con il senno di poi. Dopotutto, l’ho detto che i miei migliori pensieri sono nati quando ero con lui.

Ognuno dovrebbe avere un cane. Un salvatore personale. Un confidente. Un confessore.

Lo osservo ora e mi scervello per capire a cosa sta pensando. Dopo più di dieci anni di vita insieme, il suo sguardo che sa andare lontano ancora mi sorprende. Mi chiedo se abbia memoria, perché soffrirei a sapere il contrario. Perché io, quando ne ho bisogno, so di poter tirar fuori dai cassetti dei miei ricordi ogni singolo momento trascorso insieme; vorrei che potesse farlo anche lui. Sono ancora molte le ore al giorno in cui mi aspetta; e non lo so se la cosa che lo muove dentro è la stessa che gli metteva quella luce negli occhi quando era più giovane. So che ai miei, di occhi, lui è sempre lo stesso, e forte è la mia speranza che continui a esserlo ancora per molto. Per sempre. Per il mio sempre.

Vorrei che, quando si sente solo, concentrandosi potesse riascoltare le mie risate, anche se sono lontano. Quelle che, quando era cucciolo, forse lo mortificavano, ma che non ha mai smesso di provocare e richiedere, a suo modo. Vorrei che il suo cervello li conservasse i ricordi, perché è ciò che gli ho donato, lungo tutta questa vita. Vorrei che i suoi occhi mi vedessero nitido come la prima volta, senza offuscamenti.

Mi faccio forza del fatto che, se ogni mattina mi riconosce e muove la coda allo stesso identico modo – forse solo con un incedere più lento – allora vuol dire che si ricorda di me, nella maniera in cui intendo io. Vieni qui, amico mio, fatti abbracciare. Dimmi che è così che funziona il tuo cervello. Proprio come il mio.

Mi guarda, e il marrone delle sue pupille sembra aprire delle piccole sacche al loro interno, degli spazi in cui mettere e custodire ciò che vede. Come un bagaglio, da portare chissà dove. Sono felice di essere dentro a quel marrone, e mi domando se ho fatto abbastanza per rendere pieno tutto quel colore. Lui sembra rassicurarmi sempre, come se non gli fosse dato di conoscere altro modo di essere amato che quello che io gli riservo.

Lo so, che non è il suo cervello a ricordarsi di me. Lo so, che il cervello, almeno qui, non c’entra.

La memoria del cuore ha una capacità diversa, che non dipende dall’età, e questo è un altro dei suoi preziosi insegnamenti. L’ho sempre detto che i pensieri migliori mi sono nati quando ero con lui: questo è quello di oggi.

 

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