“CHIUDO GLI OCCHI”, FOTO DI PAOLA MISCHIATTI

“Vorrei che uscissi da quella porta, venissi qui e mi dessi un bacio. Come quello di ieri, lieve e appena pronunciato, ma con milioni di emozioni dentro. Mi guardo le gambe, son seduta su uno sgabello di fortuna, una pila di raccoglitori che le bidelle stanno trasferendo da una stanza all’altra: i jeans mi salgono sul polpaccio e le mie caviglie esili fanno capolino. Sembro uno di quei buffi uccelli che si vedono in riva ai rigagnoli, quelli con zampe così lunghe e così esageratamente magre rispetto al corpo che ti chiedi come cavolo facciano a stare in piedi senza avere male. Senza cadere al primo soffio di vento, poi. Che è quello che succede spesso a me. Cadere, intendo. Anche senza vento. Non so come, ma a volte mi pare che i piedi non poggino più su qualcosa di sicuro, e mi sento cadere. E quindi poi succede davvero. Di solito capita quando sono sola. Ora che ci penso, forse è proprio per quello. Basterebbe non esserlo mai, ma non so se sarebbe giusto.

Ad ogni modo, perchè non esci da quella porta? Mi riguardo le gambe, aperte così forse non son proprio femminili, sembro un calciatore a riposo. Mi costringo ad accavallarle, a cambiare posizione e ad assumerne una che, quando arriverai, ti sarà impossibile non darmi un bacio. Allora sposto un po’ anche il bacino, in modo da mettermi un po’ di profilo. Forse così sarò più bella. Tra le mani, il bicchiere di carta pieno della cioccolata che ho appena preso alla macchinetta del caffè. Mi riscaldo, perchè l’ansia mi fa sudare un po’ freddo. Ne bevo piccoli sorsi, ma la cosa che più mi piace è tenere il bicchiere tra le mani e lasciare che il calore che si sprigiona mi porti la mente a un altro momento: le tue mani, invece del bicchiere, ieri. Mi sembrava che ti aggrappassi a me, quando me le tenevi, prima di andartene. Non so se è una cosa positiva, però io mi sentivo bene, importante, unica. Le mie orecchie quasi non ascoltavano, ma so che mi parlavi dei compiti per questa settimana. Matematica, mi pare, o forse geometria. Poi grammatica. Inglese, spagnolo e tecnica. Sarai bravo in quelle che restano, a me non importa. Se hai bisogno del mio aiuto, eccomi che corro.

Ma tu intanto, perchè non esci e non vieni fuori a baciarmi? Non posso rimanere qui in eterno. La prof di educazione fisica è passata poco fa, e son riuscita ad abbassarmi in tempo e a non farmi vedere, però non so per quanto ancora riuscirò a rimanere senza beccarmi un richiamo. Sbircio da qua la porta della tua classe e mi pare di vederti: nei banchi in fondo all’aula, circondato da compagni con i quali sghignazzi e chiacchieri, i capelli pieni di gel e la tua aria da ragazzo per bene. Ah, come vorrei che venissi a baciarmi ancora. I compiti fatti mi hai chiesto di inviarteli via whatsapp, io invece speravo che mi chiedessi di vederci di persona. Sarebbe più bello, secondo me. Te li potrei scrivere in un foglio a parte, così poi li dovresti solo copiare. O anzi, meglio ancora, mi sforzerei di scriverli con una calligrafia che non è la mia, così potresti attaccare le pagine direttamente ai tuoi quaderni, che ne dici?

Sarebbe bello, vederti. Sarebbe super. Ieri pomeriggio, alla festa, quando mi sei sembrato così stanco ( e forse un po’ ubriaco), ti ho detto che secondo me avevi bisogno di riposare un po’. Tu non hai perso tempo, mi hai presa per il braccio, mi hai detto “Vuoi aiutarmi?” e poi mi hai fatta sedere in una delle panchine che erano appoggiate al muro in fondo, quello vicino alla porta per il bagno. Un angolo buio, non del tutto, ma più buio rispetto al resto della stanza, nella quale ancora tutti stavano ballando, bevendo, ridendo. Ti sei seduto al mio fianco e poi ti sei steso giù, la testa appoggiata alle mie ginocchia, e mi hai chiesto “Posso dormire dieci minuti qui?”, e hai chiuso gli occhi, senza attendere la mia risposta. Io sono rimasta senza parole. Davvero. “Proprio qui con me?”, avrei voluto chiederti. Ma non l’ho fatto, un po’ per paura che cambiassi idea, un po’ perchè non ne ho avuto il tempo: eri già partito.

Allora, è iniziata la parte bella della festa. Non subito subito, perchè avevo timore a fare un qualunque movimento che potesse disturbare il tuo sonno e farti andar via, ma dopo un pochino: ho abbassato lo sguardo e mi sono abbandonata spudoratamente all’adorazione del tuo volto. Com’era possibile che ti avessi proprio lì, a pochi centimentri da me? Ho sgranato gli occhi, li ho chiusi e riaperti più volte, ma tu continuavi a rimanere lì. Quindi, spinta da chissà quale coraggio, ho deciso di toccarti, per tenerti con me. Non servono a questo, le mani? Ad ancorare a noi le cose belle? Ecco. Prima di tutto la sinistra, quella più vicino al tuo corpo. Te l’ho appoggiata al mento e ho seguito la linea del tuo collo. Poi, non mi bastava più: si è alzata anche la destra, quella si è appoggiata sui tuoi capelli. Me li aspettavo morbidi, e invece erano duri, prigionieri del gel: una struttura nera e immobile, alla quale non ho saputo resistere. Le mie dita hanno iniziato a vagarci in mezzo, liberandoli. Non sai quante volte ho annusato quella mano, cercando di portarmi dentro l’odore che vi si era impresso sopra: una parte di te.

Dopo i primi minuti passati a toccarti a occhi aperti, ho deciso di fare un passo in più: li ho chiusi, e ho inspirato profondamente. Ho lasciato che le mie dita andassero in cerca della tua essenza, tracciando ogni linea della tua nuca, il viso, il collo, il mento, gli occhi. Ho accarezzato le tue sopracciglia, tenuto la tua fronte a mano aperta, come immagino possa fare una mamma con il suo piccolo appena nato. Ho lasciato che le tue linee mi raccontassero di te e poi ho fatto parlare le mie mani, perchè ti raccontassero di me. Tu dormivi, ma lo so che qualcosa hai imparato. Quando ti sei svegliato, ti sei stirato e hai guardato davanti a te, cercando con lo sguardo i tuoi amici, la festa, il banco del bar. Ti sei alzato in piedi pronto a raggiungerli; poi, forse colto da un guizzo, ti sei voltato verso di me, hai avvicinato il tuo viso al mio, mi hai preso le mani tenendole strette e, dopo un tempo interminabile, hai detto “Grazie” e, dopo aver posato quel bacio leggero sulle mie labbra, sei tornato da loro.

Per un po’ me ne sono rimasta nell’angolo. Mi sembrava che vi fosse racchiuso il significato di un sacco di cose alle quali fino a prima non sapevo in che modo rispondere. Come essere felici per un attimo, ad esempio. O come fare a respirare a fondo l’anima di un’altra persona. Cose così, insomma. Quando ci siamo salutati, a festa finita, mi hai sorriso urlandomi “Non dimenticarti i compiti! Mandameli via whatsapp”. Credo tu volessi mantenere quel filo che ci aveva uniti, ma non sapessi come fare. Ecco perchè son qui fuori dalla tua classe che ti aspetto. Non puoi dire al prof che devi andare in bagno? Non la senti la mia presenza? Non mi vedi attraverso la porta, come io vedo te? La cioccolata si è raffreddata, ormai. E la bidella è passata già due volte, guardandomi male. Alla terza, mi sa che va dal preside. Non voglio alzarmi e tornarmene in classe. Vorrei che uscissi da quella porta, venissi qui e mi dessi un bacio. Nel frattempo, finchè ancora ti aspetto, chiudo gli occhi.”

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