CHARLOTTENBURG CAFE’ – foto di FRANCESCO MERENDA

E quando ti raccontavo i sogni con foga, la mattina appena svegli? Che ne è stato di quel tempo? Mi alzavo con l’urgenza di descriverteli, quei momenti a colori. Ricordavo in particolare come fossero vividi e accesi, a volte, quei toni, e facevo di tutto per scovare le parole che più si avvicinavano al loro splendore, perché volevo portarti dentro. Dentro di me. Solo dopo avermi ascoltata con attenzione, tu andavi nel tuo studio e tiravi fuori il necessario. Una tela, la cui dimensione dipendeva dalla lunghezza del sogno; i colori, e te ne bastavano sempre solo tre, perché con il blu, il rosso e il giallo eri in grado di creare un universo, per me. E poi il pennello, che a volte non usavi nemmeno, perché più spesso erano le tue mani a finire sulla tela, le tue dita sinuose che si scoprivano una vita nuova. Dicevi che erano le mie parole a darti linfa, e ridevi. Te lo ricordi?
Venivamo sempre qui, dopo. L’atmosfera di questo posto ci cullava, calmando i nostri sensi spossati come dopo una febbre. I camerieri – ricordi quel Thomas?, quello con gli occhialetti, che studiava architettura – ci chiamavano per nome, il nome che ci avevano dato tra di loro, ascoltando i nostri racconti. Ecco che arriva la coppia dei sogni, ci annunciavano. E noi, timidamente, abbassavamo la testa ed entravamo, mentre lui ci faceva strada verso il nostro tavolo d’angolo, sotto al quadro a cui sei così affezionato. Mi faceva sempre arrossire tutta quella premura che ci mettevano, nell’accoglierci. Come fossimo delle celebrità. O dei tesori da accudire. Oggi non è più così, le nuove generazioni non si curano più di noi. Hanno sempre da dirsi cose prive di senso, e noi passiamo inosservati e inascoltati. Siamo qui da qualche minuto, ormai, e nessuno ancora ci ha portato il nostro tè. Chissà che fine ha fatto, quel Thomas. Se n’è andato senza nemmeno salutarci.
Non lo so quand’è che ho cominciato a non sognare più a colori. So solo che, a un certo punto, le mie parole al risveglio sono dimezzate. E poi, poco alla volta, sono diminuite sempre più. Quanti grigi pensi che possano esserci, in un sogno in bianco e nero? Non mi ci vuole poi molto, per descriverteli. Ho visto la tua faccia cambiare, mattino dopo mattino; l’ho vista perdere vita, e interesse, e accumulare preoccupazione tra le rughe che ti addolciscono i lineamenti. Allora, ho capito che dovevo correre ai ripari. Io non mi arrendo, lo sai. Torno qui ogni pomeriggio, con te, sperando di ritrovare quella linfa che non riesco più a darti, anche se mi dici che non importa se non è più come una volta. Non voglio continuare a vedere sfuocati, quei sogni che non mi abbandonano nemmeno ora. Vorrei ritrovare i colori, riveder nascere tonalità sempre diverse sulle tue tele. Riportarti dentro di me, come facevo prima.
Mi guardi, e io arrossisco. Lo so, che ami questo tavolo. Vedere il mio profilo con, sullo sfondo, il quadro alle nostre spalle. Me l’hai detto mille volte, e io ogni volta me ne sono compiaciuta in silenzio, perché le emozioni, dentro di me, scavano attraverso gli strati di severità e durezza, e trovano posto in un luogo che reclama più territorio solo di notte; mi ripeti che adori osservare la curva del mio naso e sovrapporla a quella della modella. Che ti piace il modo in cui il suo collo disegna dolcemente lo spazio, e mi fai voltare di lato e alzare il mento, per ritrovare quello stesso spazio, perché vorresti poggiarci la tua testa, e rimanere lì, in eterno. Ti piace il modo in cui il suo sguardo volge in avanti, perché è in avanti che dobbiamo guardare sempre, anche ora che il tempo sembra diminuire poco per volta… e mi preghi di fare lo stesso.
Queste cose le so, amore mio. Ma come faccio a spiegarti che senza colori, di notte, vivo di meno? Come faccio a raccontarti della paura che mi assale, quando a ogni risveglio la mia mente cancella sempre più particolari? Quello che ti racconto è spesso frutto di un’invenzione, sai. Quando mi interroghi con lo sguardo, gli occhi ancora colmi del tepore del sonno, e mi accarezzi l’anima senza sfiorarmi, chiedendomi Allora, gioia mia, cosa disegniamo oggi?, non posso dirti che non lo so, che nella mia testa c’è il vuoto più totale, solo una sequenza di grigi e neri che si sovrappongono, spesso senza peso. Non posso dirti che la linfa che ti davo, non c’è più. E allora invento. Solo per vederti ancora sorridere. Solo per vedere le tue mani al lavoro sulle tele, e sapere il tuo cuore sereno. Anche se penso che, come la luce del pomeriggio entra caparbia in questo nostro cafè, scansando gli ostacoli per spandersi dall’alto, così dovrebbe entrare anche nei miei sogni, illuminandoli di nuovo. Ci parlo, sai, con questa luce? Me la sono fatta amica. Quando ti volti a ordinare il tè e i biscotti alla marmellata, quando fai il tuo solito giro in bagno. Quando non mi guardi con apprensione. Ci parlo, e le chiedo di venire, stanotte, ogni notte. Credo che sia una cosa buona, la luce. Che prima o poi tornerà a colorarmi il sonno, nonostante il mio sguardo grave, che spesso la colpisce. Perché io ci credo ancora, come una volta, che i sogni debbano divenire realtà. E la mia realtà sei da sempre tu, che trasformi i miei sogni in immagini. A colori.

foto francesco merenda

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