“Anime in equilibrio” secondo al concorso “Il sigillo 2019″

20191106_182317Ciao vecchio amico mio. Com’è che oggi la strada mi è parsa più lunga?

Parto sempre allo stesso orario, più o meno. Dopo aver pranzato, dopo aver riposato per un po’. Mi butto a letto per permettermi di digerire meglio, lo sai. Mi sembra che, stendendomi, il cibo arrivi più velocemente allo stomaco. Gli do una mano, visto che ultimamente credo sia affaticato. Come tutto, del resto, dentro me. Come le mie gambe, e tu non farmi brutti scherzi, non spostarti più in là senza dirmelo, anche perché parto da casa senza essere preparato a fare della strada in più.

Non sono arrabbiato, no, sai che sono un vecchio brontolone. Ma se non parlo con te, con chi lo faccio? L’ho sempre fatto, in realtà, fin da bambino. E tu lo sai. Venivo da te, quando a casa, al pomeriggio, mi annoiavo ad aspettare mamma che tornasse dal lavoro. I nonni erano gente buona, ma la loro compagnia non colmava i miei momenti. Mi sembrava di perdere tempo, restando solo ad aspettare. Allora venivo qui, per andare in bicicletta e correre appresso alle anatrelle che vivevano vicino a questo lago. Divertirmi a rispondere ai loro versi, facendo finta di far parte della loro famiglia. Mi piaceva un sacco immaginarmi in quel gruppo numeroso, mi inventavo fratelli e sorelle in quei pennuti. Non li vedo più, ora, qui: anche loro sembrano essersi appassiti, con me e te.

Mi fai preoccupare quando tocco i tuoi rami, sento la stessa sottile materia che sembra comporre le mie ossa. Ci siamo scoloriti insieme. Anche se tu ne hai ben più di me, di anni, non credere. Quando venivo qui dalla casa dei nonni tu eri già alto e possente. E mi piaceva stare sotto alla tua ombra, mi ricordava la sensazione che provavo il fine settimana, quando mamma e papà erano a casa, tutto il giorno. La casa sembrava come più forte, protetta da una grande ombra, che io immaginavo essere la tua. Mi hai sempre protetto, ecco. E io ora sento di non aver protetto te.

Più avanti con il tempo, anche da adulto non ti ho mai perso. La casa che abito da quando mi sono sposato non dista poi così tanto da qui. A volte, nelle pause pranzo del lavoro, quando mi sentivo oppresso dagli impegni, venivo da te. Non mi serviva nemmeno parlarti, tanto mi conoscevi già a fondo. Il mio pensiero si snodava tra i tuoi rami, buttando fuori tutto quello che mi opprimeva. Mi hai sempre fatto tanto bene, amico mio; guardandoti ora, mi chiedo se te ne ho fatto abbastanza, io. Ti piacevano molto le voci allegre dei miei figli, quando portavo anche loro, in bicicletta, e le anatrelle erano già poche, ma io sembravo non accorgermene. A pensarci adesso, davanti al colore sciupato del tuo legno, non ricordo davvero quando ha iniziato a sbiadirsi; forse già allora, ma ero troppo preso ad ascoltare loro che ridevano e urlavano, girandoti intorno con le loro bici e il nostro cane.

Avrei potuto fare di più? Credo di sì. Se avessi avuto occhi più attenti, avrei potuto iniziare a curarti, e di sicuro oggi saresti diverso. La mia e la tua vita, come legate da un filo invisibile: pure io sono malato. Ma averti accanto anche in questa circostanza, mi fa risentire la forza di quell’ombra possente che facevi ricadere a terra, per proteggermi. Grazie amico mio. Senza di te sarei sicuramente diverso.

Ho visto il camioncino degli addetti del comune, l’altra mattina. Qualcuno ha iniziato a tagliare e sradicare. Vogliono fare spazio a nuovi progetti, mi hanno detto. Ci ho messo un po’ a capire. Non è che per fare il nuovo bisogna sempre buttare il vecchio, ho provato a dir loro. Mi hanno guardato per un attimo, credo stessero davvero soppesando l’entità delle mie parole. Poi, hanno scrollato le spalle, e si sono rimessi al lavoro. Il rumore della sega circolare mi ha ricordato un vetro quando cade a terra, e si infrange. Infrange tutto: il silenzio, l’equilibrio, la parte giusta dell’universo.

Non so chi decida queste cose, di sicuro so che non posso immaginare di non trovarti più qui: sono andato in municipio, ieri mattina. Ho preso il tram alla fermata all’angolo di casa, e non è stato divertente. Sono anni che non uso un mezzo pubblico e non mi ci ritrovo più. Quanta maleducazione ho ravvisato nella fretta e nella poca attenzione che le persone incontrate hanno riservato a chi avevano a fianco. Pochi sorrisi, poche parole scambiate. E’ diventato questo, ora, il mondo? Il sindaco non mi ha accolto. Non l’ho nemmeno visto, in realtà. Mi hanno chiesto se avevo un appuntamento, la ragione della mia visita e perché dovevo parlare proprio con lui. Non ha tempo, mi hanno spiegato. Nemmeno il mio amico, ne ha. Gli ho detto. Ma non ha funzionato.

Cosa credevo? Non lo so. Pensavo davvero che bastasse andarmene là, parlargli di te, di noi, della cattiveria di ciò che era stato deciso di fare. Dell’assurdità del volere cancellare anni di vita. Forse, i nostri discorsi necessitano di orecchie speciali, il resto è aria buttata al vento. Fatto sta, che me ne sono venuto via sconfitto. Nessuno di loro ha colto ciò che stavo dicendo. Proveremo a parlarne con l’assessore, mi ha sussurrato allora la signorina all’uscita, vedendo il mio stato emotivo. Forse voleva solo rincuorarmi, ma io le ho creduto. E ora invece li ritrovo qui, con il camioncino e gli strumenti del lavoro.

Quando ero piccolo, ricordo un periodo in cui di notte non riuscivo ad addormentarmi. C’era qualcosa che mi prendeva ogni volta che mamma spegneva la luce e anche se la richiamavo indietro e lei rimaneva con me ancora un po’, poi quella cosa ritornava subito. Se ne stava in agguato fino al momento in cui ero completamente solo, e poi mi veniva a trovare. Mi metteva angoscia, era una sensazione che mi faceva paura. Mi venivano in mente le cose brutte che avevo visto o vissuto e, tutte insieme, mi riempivano la testa. Te ne ho parlato, dopo un po’ che mi succedeva. Mi ascoltavi sempre con pazienza, già da allora. Ah, quanto bene ti voglio, amico mio. Ricordo di aver immerso la mia testa in mezzo ai tuoi rami, annusando a fondo il tuo odore: mi ha sempre riportato alla calma, il tuo sentore di terra e sapere. Ti ho staccato una foglia, perché mi era parso che mi volessi dire di portarti con me. Quella foglia mi ha fatto compagnia nel letto, nascosta sotto al cuscino, e mi ha protetto e cullato come quando vengo qui. Quando la mamma l’ha trovata, mi ha chiesto cosa ci facesse lì… ma non me l’ha tolta, sapeva quanto amassi te e i pomeriggi passati in questo luogo.

Di foglie te ne ho poi riprese altre, in vari periodi della vita, e non hai mai smesso di trasmettermi il tuo amore. Non mi basterà una foglia, ora, lo sai, vero? Non ho molto da camminare ancora, in questa vita, ma non sarà per nulla semplice senza di te. Voglio poterlo fare appoggiato alla tua linfa ed è per questo che oggi sono qui a chiederti il permesso di avere un tuo ramo. E’ come un figlio per te, lo so, parte di te; ma non posso davvero immaginarmi, senza il tuo supporto. Attendo solo che tu mi faccia un cenno, poi chiederò a quel giardiniere di usare la sua sega qui, proprio dove questo legno si innesta nel tuo tronco. Piangerò, vedendoglielo fare. Piangerò insieme a te, perché so che anche tu lo farai. Ma me ne andrò mano nella mano con te, finalmente, dopo una vita. E anche se il tuo legno non è più sano e giovane, non si spezzerà sotto il mio peso.

Credo che le nostre due anime siano veramente appese a un filo sottile, in equilibrio da una vita, ma ormai più vicine che mai. Quando sarà il momento, saprò che starò per raggiungerti, e avrò un bastone ad accompagnarmi lungo quella strada, che mi ricongiungerà a te e a tutte le cose belle e giuste di questo mondo, che, lo so, esistono ancora, da qualche parte. Ora, però, non posso pensare a domani, quando dopo il riposino del pomeriggio, uscirò di casa per venire qui, perché non conosco altri luoghi dove il mio spirito si rasserena. Camminerò lentamente, di sicuro più di oggi, claudicando un po’, appoggiato al figlio che hai voluto donarmi. I nostri passi faranno tre rumori ben distinti, e le mie orecchie inizieranno già a intristirsi. La strada mi sembrerà più lunga e penserò ancora che, come oggi, come ieri e come tutti i giorni di questi ultimi tempi, tu ti sia spostato un po’, durante la notte, per giocarmi uno scherzetto dei tuoi.

E allora arriverò qui e ti dirò Ciao amico mio, com’è che la strada mi è parsa più lunga oggi? Sposterò lo sguardo nella tua direzione, aspettando di farmelo riempire dalla tua figura. Ma non ti vedrò. Alzerò il ramo per tastare l’aria, casomai si trattasse di un errore dei miei vecchi occhi. E rischierò di cadere in avanti. Stia attento, signore, non vede che c’è un cantiere aperto, davanti a lei? Non è possibile stare qui. Mi diranno così, lo so, gli uomini del comune, per farmi spostare in fretta, per liberarsi anche di me, in fretta. Come mi sentirò, allora? Non posso pensare a domani, amico mio. Mi manca il fiato, se lo faccio. E non hai nemmeno foglie per me, perché di quelle non ne hai più da tempo. Sai che faccio? Rimango qui. E quando arriveranno, chiederò loro di tagliare anche la mia anima, con quella sega rumorosa. Chissà, forse capiranno. Nel frattempo, lasciati abbracciare.

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