25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne: “Segni”, foto di Paola Mischiatti

Da settimane si parla con insistenza di “black friday”, facendo il conto alla rovescia. Questa è la mia personalissima interpretazione del significato di oggi, venerdì 25 novembre, che prima di tutto è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Ho immaginato qualcosa che non esiste, una specie di luogo nel quale si va a sanare le proprie anime, quasi una scuola per imparare nuovamente ciò che è rimasto segnato in maniera negativa dalla vita. Una sorta di doverosa seconda chance. All’interno, un dialogo tra due giovanissimi sfortunati, due ragazzi che mettono a confronto le proprie sciagure. Ho voluto partire dall’infanzia, perchè è lì che si cementano i traumi più gravi su vittime assolutamente vulnerabili, ma è anche lì che si trova la linfa più forte per reagire ai drammi. Nessuna importanza all’ambientazione, solo una decisa focalizzazione sul loro strano scambio di battute, racconti scarni e semplici, ma di grande impatto.
Abbinato alle mie parole, un magnifico scatto di Paola Mischiatti, fotografa molto impegnata sul fronte di numerosi temi assai delicati e attuali, alla quale va tutta la mia stima. E’ proprio dal potente colore dei fiori di questa immagine – simile a un dipinto – che esce tutta la speranza necessaria per trasformare un “black” friday in un venerdì di rinascita da ogni tipo di violenza e abuso.

“SEGNI”

Lui “Non guardo te. Guardo i tuoi tagli. Sei piena di cicatrici. Che segni sono?”

Lei sbuffa, annoiata. E poi lo sfida.

Lei “Sono i segni di quando scappavo, va bene? Loro mi rincorrevano e io scappavo.”

Lui ” Anche tu scappavi?”

La ragazzina alza lo sguardo su di lui per la prima volta.

Lui “A te, è servito?”

Lei continua a guardarlo. Avrà all’incirca nove anni ma i suoi sono occhi di un vecchio che ha vissuto tristemente.

Lui “Io urlavo, anche. Ma tanto non serviva. Nessuno ascoltava. Come a casa.”

Lei sta zitta per un attimo, per incassare quello che ha appena ascoltato. Forse si trova davanti a un suo simile.

Lei “Perché sei qui?”

Lui ” La mamma dice che qui si curano le ferite, quelle parti gonfie che hai anche tu sulle braccia e sulle gambe. Tu sei fortunata, però , perché le tue sono sulla pelle, le trovano subito.”

Lei ” Non ci sono solo quelle, sai. Quelle che stanno dentro e non si fanno vedere sono le più difficili da curare. Noi siamo qui per questo, no?”

Lui “A me non hanno detto questo… A me hanno detto che questa è una specie di scuola, dove mi insegneranno di nuovo cosa vogliono dire alcune parole che io ho imparato male. L’amicizia, per esempio. E poi il rispetto. Avere compagni che ti vogliono bene e ti offrono un po’ della loro merendina. E non ti inseguono per malmenarti. Avere maestre che ti aiutano e non fanno finta di niente. La mamma mi ha promesso che poi mi piacerà andare alla scuola, quella vera. Che non tremerò più la mattina, prima di entrare nel cortile. Che imparerò solo e solo cose belle, finalmente. Che nessuno mi prenderà più in giro.”

Non riesce a smettere di fissarlo, un uomo minuto, in miniatura, fin troppo esile, che si sforza di parlare da bambino, con le parole ormai contaminate dalla violenza della vita.

Lui ” E tu, perché sei qui? Che parole devi imparare di nuovo?”

Lei si porta le braccia attorno alle ginocchia e si fa piccola piccola. Guarda in basso, verso i suoi piedi, mentre gli risponde, perché ancora non sa sostenere uno sguardo finché racconta di questo. Poi, come sempre le succede, parla ad alta voce ma è come se parlasse, sottovoce, solo a se stessa.

Lei ” L’amore, prima di tutto. Quello che ti fa solo stare bene, e non ti mette le mani addosso per prendersi pezzi nascosti di te, con la forza. Quello che si fa con una persona, e non con tre, in un colpo, che urlano tenendoti ferma e ridono di te e della tua paura. E poi, immagino, devo imparare di nuovo a fidarmi degli uomini. Non so se ne ho voglia, però, non so se mi interessa. Non c’è niente di buono negli uomini che ho conosciuto.”

Il bambino si alza e le si avvicina, le posa una mano sulla testa e le stampa un bacio leggero sui capelli.

Lui “Io sono un uomo, non mi vedi? Di me ti puoi fidare. E ora ho capito perché siamo tutti e due qui, anche se io non ho le braccia e le gambe gonfie di tagli, come te.”

Rialza lo sguardo, e si perde per un attimo nella stranezza di ciò che sta vedendo: tanto è piccina la bocca di quel bambino, tanto è grande il significato delle parole che vi escono. E si lascia andare ad un istinto sconosciuto, la voglia di provare a rilassarsi un po’, ad alleggerire la tensione alla parte bassa del ventre che non l’ha più abbandonata da quel pomeriggio maledetto, a guardare senza sospetto quel tenero triste bambino che ha davanti e a pensare, di nuovo, che qualcosa da salvare c’è.

Lei “Vieni qui. Abbracciami. Così ti faccio sentire che la parte più gonfia che ho non sono le braccia o le gambe, che tutti vedono. La parte più gonfia che ho, è il cuore, come te.”

Lui sgrana gli occhi, incredulo.

Lui ” Allora abbiamo la stessa malattia!”

Lei gli sorride, grata, e con una mano gli scompiglia i capelli.

Lei “Abbiamo già re-imparato la prima parola, vedi? Stiamo facendo spazio a una cosa che prima non c’era… Il nostro cuore si sgonfierà di dolore, e starà presto meglio. E poi si gonfierà di nuovo, vedrai… Ma sarà più bello, stavolta, perché sarà pieno di Amore.”

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