TANIA PIAZZA HA SCRITTO UN QUASI “GIALLO”, UNA STORIA SENZA VITTIME E COLPEVOLI MA RICCA DI SENTIMENTI DA ESPLORARE E RIPORTARE A GALLA – di Alessandro Scandale, “La domenica di Vicenza”

Un paio d’anni fa avevamo lasciato Tania Piazza, giovane autrice vicentina, alle prese con il suo romanzo d’esordio – La cura delle parole – storia di Elsa e Gabriele, due anime tormentate destinate ad incontrarsi in un presente che coniugava amore e destino, mettendo in evidenza il potere che le parole possono esercitare sulle persone, in base al modo in cui vengono usate. Oggi incontriamo di nuovo l’autrice che ha da poco pubblicato il suo secondo romanzo – Com’è bella la nebbia quando cade (Kimerik edizioni) – che, come sanno coloro che si occupano di letteratura, è spesso considerato la vera prova del fuoco per un autore, che può decretarne la consacrazione o meno. In attesa della presentazione di sabato 6 febbraio alle 17.30 al bar caffè Matteotti, in piazza Matteotti a Vicenza, in una serata accompagnata da letture di brani dal libro e musica dal vivo, possiamo già dire che il risultato, in questo caso, è molto positivo e la prova può considerarsi superata a pieni voti. Sullo sfondo di un luogo non precisato – sappiamo solo che si trova vicino al mare – si snodano le vite dei tre protagonisti, due donne ed un uomo. Ludovico, Miriam e Catherine sono gli artefici di una storia costruita con i toni del giallo, anche se non esiste alcuna vittima materiale e nessun colpevole da scoprire, ma solo sentimenti umani da esplorare, riesumare e riportare a galla da un lontano passato. Il là a tutta l’operazione nasce da un “imprevisto”, qualcosa che in un qualsiasi altro contesto potrebbe apparire persino banale e che qui invece si rivela il pezzo mancante di una verità scomoda. Miriam e Ludovico, dopo mezzo secolo di matrimonio, stanno ancora insieme. Ma dietro questo traguardo, che per molti significa grande prova di fedeltà e di amore, si cela un’incognita che è pronta ad esplodere con devastante impatto. Miriam fa un regalo speciale al marito, una collezione di lettere in piccole buste accatastate l’una sull’altra, con un biglietto in cui gli assicura che capirà tutto leggendo. La lettura di quelle lettere, descritte con uno slittamento del piano narrativo in una sorta di flashback tra l’oggi e il lontano 1960, causerà in Ludovico il ricordo di un passato doloroso, che mette a nudo verità per troppo tempo nascoste. Emerge così la presenza di una seconda donna, Catherine, e a mano a mano scopriamo come questa sia entrata a fare parte delle loro vite e del loro amore. In un crescendo di ricordi e riflessioni, in cui i personaggi sono mossi e governati dall’amore, sentimento totalizzante e imprescindibile, tutto si svolge nell’arco di pochi giorni. Eppure, attraverso le lettere che Miriam trova finalmente il coraggio di far leggere a Ludovico, il tempo si dilata e si restringe, riaccendendo un ricordo mai svanito. L’uomo è costretto così a ricordare il periodo in cui aveva conosciuto Catherine, docente universitaria inglese in visita nell’ateneo italiano in cui lui stesso insegnava. L’incontro tra i due diventa amore e Ludovico la segue in Inghilterra con la conseguenza che da quell’amore nasce un figlio. Miriam intanto, innamorata di Ludovico, inizia a frequentarlo proprio nel periodo precedente al suo viaggio, illudendosi di poter essere ricambiata nel suo sentimento. Il seguito lasciamo che sia il lettore a scoprirlo… “Gli aveva mai chiesto perdono, Catherine? E poi, si domanda, che significato ha il perdonare? Si chiede venia di una cosa già accaduta, che non si può più cambiare, con la percezione di chi l’ha fatta, quella cosa, e non di chi l’ha subita. Chi può mai permettersi di dire capisco? Capisco come ti senti, capisco quello che stai provando. Non può essere, semplicemente.” Sono proprio quelle lettere a creare altre prospettive e scombinare le carte in tavola. Attraverso le pagine del libro diventiamo via via sempre più consci di quante sfaccettature psicologiche ed emotive si celino all’interno dell’animo umano. Nasce così in noi una riflessione sul delicato equilibrio tra verità e bugia – ma cos’è in fondo la verità, se ognuno custodisce dentro di sè la propria? – e sul grande potere della parola nella nostra vita. Se dunque, parafrasando il titolo del primo romanzo di Tania, la parola è in grado di curare, qui comprendiamo come essa possa in realtà anche ferire o addirittura distruggere un uomo. Oppure ridargli, in qualche modo, una vita perduta. Con una prosa morbida ed elegante, che conferma ed amplifica quanto di buono avevamo già letto nel suo primo libro, Tania Piazza descrive i suoi personaggi con uno stile sicuro e sapiente, da scrittrice consumata. Disegna scenari densi di tenerezza e di poesia, nel bene e nel male. E, anzi, fa della poesia quasi un baluardo, non solo nella descrizione delle atmosfere in cui i protagonisti si muovono, ma nella stessa impalcatura della storia. Basti leggere la citazione, in apertura, della grande poetessa Emily Dickinson: “Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una e la guardo, fino a quando non comincia a splendere”. È la parola scritta dunque a muovere ogni emozione (non a caso il suo primo romanzo lo riportava nel titolo stesso) e del resto lei stessa ama dire di se stessa che “amo scrivere da sempre, perchè scrivere in fondo è un altro modo per parlare, solo più silenzioso”. E come scrive argutamente Riccardo Colao nella prefazione, “la vita è fatta di giorni che non significano niente e di momenti che significano molto, forse tutto”. Attimi di vita vissuta che le lettere riportano in superficie, condensando nell’oggi un fardello passato forse troppo pesante da reggere. “Lei si stupiva del suo amore, di come sembrasse radicato e di vecchia data, arrivando quasi da un’altra dimensione temporale; ma amava stare con lui. Le piaceva la sua delicatezza, il suo stare al mondo in quel modo tutto suo, la sua grande cultura; le piaceva il fatto di aver trovato qualcuno con cui condividere. Le piaceva il suo non avere legami, il suo essere schivo e libero e le sue poche parole. Stavano insieme completandosi, in un mutuo scambio”. Scrive ancora nella prefazione Riccardo Colao, scrittore e giornalista che nel 2014 ha ricevuto il Premio Spoleto Festival Art per la letteratura: Com’è bella la nebbia quando cade ci ricorda che non sono solo uomini, donne e divinità a porsi in relazione e in conflitto; persino i luoghi cari alla vita: le case, i giardini, le strade, i paesaggi, gli oggetti inanimati e le cose che ci appartengono esaltano la freschezza narrativa. Per Tania Piazza, tutti gli elementi introdotti concorrono alla vicenda. Il lettore si immerge passionalmente nel discreto equilibrio della sua intimità e, con garbo estremo, è aggredito dal desiderio di tuffarsi a capofitto nei capitoli successivi. Per tali ragioni, dietro gli aggettivi, celati tra metaforici dialoghi, si intravede l’ombra di altrettanti incisivi miti. Quali? Quelli della vita: la giovinezza e la vecchiaia; dei sentimenti: l’amore, l’odio, l’amicizia; dell’eterna lotta del bene contro il male; della scelta: tra la verità e la menzogna; del timore di perdere quel che si ritiene, a torto; una nostra esclusiva. Nulla è per sempre. Tutto resta in gioco sino a quando c’è vita, dunque mai dire mai!…. Tramite le parole, contrassegnate e intrise dall’amore per i sentimenti e le passioni, la scrittura parla, si trasforma in musica; genera le melodie con le quali è facile sublimare gli strumenti dell’orchestra mentale…. Tania Piazza riesce a condividere i miti personali legati ai personaggi… Indaga nel profondo sui meccanismi dell’arte della scrittura intesa come strumento d’indagine personale, espone le tecniche e assegna a ciascun elemento compositivo la collocazione opportuna. Abbiamo incontrato l’autrice dialogando con lei sui temi del romanzo. Qual è stata l’idea di partenza del romanzo? Da cosa sei stata ispirata? “Da una parte, mi solleticava l’idea di indagare quel sottile confine che segna un limite, ciò che è lecito fare in nome dell’amore, in nome di un amore che a volte pare giustificare tutto. La sensazione che ti fa sentire nel giusto, che ti fa stare bene perché avallata da un sentimento forte e accentratore. Dall’altra, l’idea di vivere accanto a qualcuno per una vita e di conoscerne in realtà solo le sfumature che si vogliono cogliere è stato il secondo motore che ha mosso le pagine del mio libro. Ludovico si chiede più volte, nel corso della narrazione, quanto della personalità di sua moglie gli sia sfuggita, nonostante i 50 anni di matrimonio”. Hai scelto di raccontare una storia con personaggi in età avanzata… forse l’amore non ha età? “Mi capita spesso di osservare il volto delle persone che hanno molti più anni di me. La loro pelle segnata parla, racconta storie di vite che fatichiamo a immaginare. Ho iniziato a chiedere ai miei genitori di raccontarmi episodi della loro, e ogni volta mi sono stupita nell’ascoltarli. Diamo per scontato che chi ha già raggiunto un’età avanzata sia in una sorta di pace interiore, senza gli sprazzi emotivi che quotidianamente noi viviamo, senza quell’intensità e quell’energia che turbano gli animi. Mi è piaciuto molto dar voce a dei protagonisti di settant’anni, è stato come render loro qualcosa che non deve andar perduto. L’amore non ha età, la Vita non ha età”. I protagonisti sono due donne ed un uomo, una sorta di triangolo amoroso. Perché questa scelta a tre e non a due, come accadeva invece nel tuo primo romanzo? “Avevo bisogno di tre personaggi per scavare a fondo. Doveva esserci il punto di vista di ognuno di loro e l’assoluta sensazione di essere nel giusto di ognuno di loro. I loro ricordi, i loro sensi di colpa, le recriminazioni. I sogni. Vedere come tre persone possono incrociare il loro destino. Come le scelte di ognuno possano produrre reazioni sull’equilibrio di tutti e tre. Trovo molto affascinante tutto ciò, un terreno infinito per una scoperta di emozioni profonde e spesso nascoste”. Nel tuo primo libro le parole “curavano”… qui invece che funzione hanno? “Le parole di Miriam, scritte cinquant’anni prima ma recapitate solo nel presente, sono una sorta di chiusura di un conto. Un punto e a capo, un modo per mettere finalmente in chiaro le cose e iniziare una nuova vita. Probabilmente, il loro ruolo terapeutico è presente in maniera molto forte anche in questo romanzo: dopotutto, le lettere che scriveva a Ludovico erano uno strumento per rimanere in vita, delle “sentinelle” – come lei le chiama – del tempo che passava indolente, un modo per provare a contrastarlo. Scriverle l’aiutava a riempire un vuoto”. Visti i numerosi rimandi alla poesia e alla Dickinson, potremmo definirla una storia d’amore e di poesia, oppure c’è anche di più? “Mi fa felice pensare che ci sia molta poesia nel mio racconto. Emily Dickinson e il gatto Dylan, ma anche il flusso di parole di Miriam, il modo in cui il suo cuore si apre a emozioni che Ludovico non pare nemmeno immaginare, in lei. In realtà, le sue missive sembrano a tratti stralci di poesie, quasi uno sberleffo alla superficialità con cui lui, professore universitario, la considera. C’è molto più che una “semplice” storia d’amore in questo mio libro. Trovo riduttivo, quando si definisce una storia in questo modo. L’amore ha mille sfaccettature ed è l’emozione più complessa che ci accompagna nel corso della nostra vita; dà luogo alla solitudine, alla felicità, alla rabbia, alla tristezza, alla cattiveria, alla gioia, all’incomprensione. E a tanto altro ancora… Lascio a ogni lettore il piacere di scoprirlo!” Nata e cresciuta nella provincia vicentina, Tania Piazza è da sempre appassionata di letteratura classica, moderna e contemporanea. Imprenditrice nel settore del benessere, dice di se stessa “amo scrivere da sempre, perché scrivere è un altro modo per parlare, solo più silenzioso. I libri sono miei compagni inseparabili, in qualunque ambito”. Lavorando in mezzo alla gente, ciò che bilancia il quotidiano vivere è la gioia della carta stampata, in qualunque sprazzo di tempo possibile. Predilige i classici dell’Ottocento e Novecento, ma anche la letteratura contemporanea. Scrive fin da piccola su agende, diari, blocchi di carta, usando anche il cellulare quando non c’è altro sotto mano, pezzi di vita e pensieri che danno alla luce ispirazioni. Dopo l’esordio letterario con La cura delle parole, questo è il suo secondo romanzo.

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