“TANIA PIAZZA FIRMA IL ROMANZO D’ESORDIO CHE HA COME PROTAGONISTA ELSA CHE VIVE DENTRO LA SUA LIBRERIA DA DOVE OSSERVA IL MONDO” – a cura di Alessandro Scandale, La domenica di Vicenza

La cura delle parole si chiamava il suo nido, perché davvero le parole scritte erano divenute la sua medicina. Una libreria nel centro storico della città, ampie vetrate attraverso le quali lei osservava il mondo, al sicuro, circondata dai suoi libri, peri quali nutriva un sentimento forte, a volte eccessivo e malato e distorto, libri che erano divenuti parte di lei, estremità, cuore e polmoni, parte invisibile di lei, quella parte che le dannava l’anima, quella che l’aveva riempita di brama e di desolazione, quella parte che lei non aveva mai avuto.

Elsa vive dentro la sua libreria e da quel piccolo punto d’osservazione guarda il mondo. Elsa è la protagonista de La cura delle parole (Edizioni Sì, Roma), romanzo d’esordio di Tania Piazza, autrice di Montecchio Maggiore. Ossessionata dall’infruttuosa ricerca di un figlio mai avuto, quasi eremita nel mondo, Elsa incontra Gabriele, già marito e padre, e in lui vede il figlio che la vita non le ha donato. Gabriele è un uomo che si porta sulle spalle i solchi enormi e dolorosi tracciati da un padre autoritario e distante quando lui era solo un bambino. Gabriele, un uomo che nascondeva una sensibilità esasperata sotto una dura corazza, che si cuciva addosso giorno per giorno con estrema abilità, ormai da anni. (…) Era stato cresciuto secondo una stile rigido, che aborriva ogni perdita di controllo, e per questo non esisteva più in lui nemmeno una piccola stanza nella quale potesse lasciarsi andare, un luogo dell’anima adibito all’urlo.

Appassionante e coinvolgente, il romanzo narra di due anime destinate ad incontrarsi, due vite unite da un disegno vecchio di secoli. Amore e fato che determinano non solo lo sviluppo della trama, ma che portano anche allo scoperto la passione sconfinata dell’autrice per la scrittura e il potere che le parole possono esercitare sulle persone, in base al modo in cui queste vengono usate. Con uno stie espressivo fluido e sapiente, degno dell’autrice già navigata, Piazza racconta una storia avvincente con quella che Riccardo Colao, giornalista scrittore romano e autore della prefazione del romanzo, definisce “una personalità simile a quella di Susanna Tamaro, sia nel modo di scrivere che nel rapportarsi con le persone, semplice e alla mano. Una giovane autrice esordiente che scrive come se fosse una veterana, esprimendosi con una spiccata abilità linguistica”. Lo scorrere rapido e al tempo stesso corposo delle parole restituisce – o forse fa riscoprire – il puro e semplice piacere della lettura. Fino al sorprendente epilogo, che per ovvi motivi non riveliamo.

Il messaggio che voglio trasmettere attraverso il libro – racconta l’autrice – è racchiuso nel titolo. Le parole hanno un potere, sia in negativo che in positivo, nel modo in cui vengono dette o scritte, sono il vestito che si da a qualcosa, ad un concetto, ad una storia. Scrivo da quando ero adolescente, per me è un’esigenza, un modo per stare bene. Ho terminato di scrivere il libro tre anni fa, ci ho impiegato nove mesi e, ad essere onesta, non ricordo neppure come ho iniziato a scriverlo. Le prime pagine le ho composte a mano, armata di carta e penna, poi, man mano che la storia si ampliava e cresceva, ho dovuto trasferire tutto su di un computer. Descrivere fatti con parole differenti da quelle di uso quotidiano è per me qualcosa di normale e mi piacerebbe che questa attitudine potesse diventare un’abitudine anche per le nuove generazioni, perché possano imparare ad utilizzare un linguaggio ricco e diversificato per uscire dalla ripetitività e comprendere l’importanza delle parole e della nostra lingua.

Già presentato in numerose serate culturali, tra cui Creazzo, Montecchio Maggiore e Lonigo, il romanzo sarà protagonista di un pomeriggio con la stessa autrice e l’editor Cinzia Ceriani sabato 14 giugno alle 17 nel centro culturale La Scaletta 62 in contrà Santa Lucia 62 a Vicenza. Abbiamo incontrato Tania Piazza, dialogando con lei su alcuni temi del libro.

Per un’autrice amante della letteratura era “quasi d’obbligo” esordire con una figura di donna che vive in mezzo ai libri?

“La figura di donna che vive in mezzo ai libri era quasi d’obbligo verso me stessa… Non ho avuto alcun dubbio sulla creazione del personaggio di Elsa. Riflette il mio amore smisurato per i libri, che ha origini nella mia infanzia, e anche un desiderio – rimasto incompiuto – di gestire una libreria. Ho avuto per anni un negozio nel quale vendevo musica, invece di libri, ma ricordo con particolare affetto e nostalgia l’atmosfera magica che nasce in un luogo in cui si incontrano persone con una passione artistica in comune. “La cura delle parole” del mio romanzo è anche il nome del negozio di Elsa. L’ho disegnato esattamente come mi immagino farei la mia libreria, un sito poco convenzionale ma di grande intimità e ispirazione, in cui trovare, senza dubbio, i grandi classici che amo”.

Racconta la storia di un amore speciale, l’incontro tra due anime. Crede ci sia un destino già scritto per ognuno, un disegno divino?

“Credo nelle ‘affinità elettive’, citando il grande Goethe. Credo ci sia qualcosa che scatta tra determinate persone, nel mio libro chiamo questa cosa “riconoscenza”. Capita così, quando si ha davanti qualcuno con cui immediatamente si capisce di poter parlare d’altro, rispetto al quotidiano. Qualcuno con cui si condivide da subito la sensazione di appartenenza, in qualche modo. Sono esperienze rare, nella vita. Elsa e Gabriele si riconoscono, pur senza aver condiviso nulla fino a un attimo prima”.

Gabriele è un uomo che scava nei ricordi d’infanzia. Pensa che oggi per un uomo sia questa la strada giusta per ritrovarsi e riconciliarsi con il lato femminile (proprio e altrui)?

“Gabriele non è alla ricerca di se stesso, sta bene con la sua famiglia e la vita che si è costruito lo rende soddisfatto; questo, almeno fino al giorno in cui uno scritto di Elsa trovato per caso va a smuovere emozioni seppellite da anni, con grande cura quasi maniacale. È allora che capisce che, per tornare a essere “libero”, deve prima affrontare un percorso a ritroso nel tempo, che lo porti a rivedere le esperienze negative vissute durante l’infanzia, rimosse con grande forza di volontà. E questo è uno dei temi toccati dal mio libro, il potere che sta nelle mani di un genitore. Elsa definisce un figlio come carta bianca, sulla quale poi il genitore ha il potere e la responsabilità di scrivere indelebilmente. Gabriele ha bisogno di tornare ai ricordi della sua infanzia e di far rivivere il suo rapporto malato col padre, proprio per “sistemare” le cose, per poter ripartire con uno spirito nuovo, con un’anima pulita e lavata dalle mancanze subite”.

Elsa invece desidera disperatamente un figlio mai avuto. Per una donna oggi la maternità è ancora una realizzazione in assoluto?

“Credo sia una cosa assolutamente soggettiva. Ciò che per certo posso dire, in base alla mia esperienza personale, è che avere un figlio cambia completamente la dimensione dell’essere donna, dandole una completezza difficilmente immaginabile prima. Quello che fa soffrire Elsa è il fatto di non avere un proseguimento, di non avere nessuno a cui raccontare della sua vita, a cui seminare, nessuno a cui passare la sua esperienza. I figli per lei sono un modo per vedere lo scorrere incessante del tempo in maniera benevola, non come una perdita di tempo di giorni che si susseguono uno uguale all’altro, senza uno scopo”.

Al di là del titolo, secondo lei quella delle parole, scritte e lette, può davvero essere una cura per l’anima?

“Per me lo sono. Assolutamente. Allo stesso modo in cui l’esercizio fisico può essere una cura per il corpo – e la mente. Personalmente, ho sempre trovato più facile scrivere che parlare, spesso dico che scrivere è per me un altro modo per parlare, solo più silenzioso. Lo scritto offre una dimensione assai intima, che quasi non pare rompere la relazione speciale che si instaura tra chi scrive e il foglio bianco. Ma ciò che voglio dire con il titolo del mio libro è senza dubbio il fatto che la parola ha un grandissimo peso e un altrettanto grande potere, sia quando c’è che quando manca. Quindi, sia in senso positivo che in negativo. Molto spesso, le ferite si ampliano perché circondate dal silenzio, da parole non dette e non espresse in alcun modo. Il silenzio lascia spazio all’interpretazione e non alla verità dell’intenzione. I danni che si possono fare sono molti. Gabriele si chiede, a un certo punto, se il solo fatto di aver scritto le sue sensazioni quando soffriva avrebbe potuto farlo stare meglio… La mia risposta è sì”.

Dopo l’esordio viene forse il momento più difficile e bisogna confermare quanto di buono già fatto. Ha già una nuova idea per un prossimo libro?

“Ho iniziato a scrivere un nuovo romanzo poco tempo dopo aver concluso “La cura delle parole”. Si tratta di una storia nuova, senza nessuna attinenza con l’altra. L’unico punto in comune è il fatto che, come nella prima esperienza, fin dapprincipio ho bene chiaro in mente l’inizio e la fine della vicenda, e tutto il resto si arricchisce scrivendo, come un fiume che accoglie sempre più affluenti dentro a sé. Ho iniziato a scrivere anche racconti, ogni tanto vengo colta da un’idea e in un paio di giorni la storia è finita. È un’esperienza nuova, ma che mi piace già molto. È interessante la diversità tra lo scrivere un romanzo e un racconto, in uno i personaggi hanno spazio e tempo per crescere a dismisura, nell’altro il tutto viene concentrato in poche pagine. Un bell’esercizio per la mia mente in costante movimento”.

Clicca qui per leggere l’intervista su “La Domenica di Vicenza”

Comments are closed.