E’ la storia di due vite unite d’un tratto da un disegno vecchio di secoli. Elsa, traviata dalla sua inutile ricerca di un figlio, con l’anima sterile ormai, eremita nel mondo; e Gabriele, nel quale lei vede il figlio mai avuto, che si porta sulle spalle i solchi enormi tracciati dal padre quando lui era solo un bambino.E’ il racconto di una dannazione, alla quale entrambi andranno incontro correndo, impotenti e ignari.

 

PROLOGO

“Il più grande atto d’ amore, l’unico, che faccio verso me stessa, è questo: entrare ogni giorno dentro “La cura delle parole.”

 

CAPITOLO UNO

“Quando ero piccola, allora, allora sì che il mio mondo era immenso! Io e mio fratello passavamo interi pomeriggi alla scoperta di tutto ciò che di nuovo ci circondava. Ci eravamo trasferiti da poco in un quartiere della città che ancora era agli albori. La nostra era una delle poche case che, con discrezione, facevano timidamente capolino in quel mare grande e irregolare di prati e campi di papaveri. Ricordo la ferrovia, strada ferrata che quel mare lo solcava con perizia, e il treno, che pareva una nave solitaria, tanto era sconfinato lo spazio che gli ruotava attorno. Arrivava dapprima un fischio, vago e sottile, pulito e veloce, senza ostacoli sonori a frapporsi tra lui e noi, lì, fermi ed eccitati con gli occhi e il cuore straripanti di ATTESA. Poi, un puntino in lontananza, e il cuore cominciava a battere di più. Io e Giacomo a darci di gomito, l’ho visto prima io, no io. Quindi, un lampo, un lampo enorme grigio e imponente, un rumore assordante e noi lì, ancora, inebetiti, a fare ciao con la manina. E quella sensazione meravigliosa, che ancora oggi è una delle cose per le quali è bello vivere, del VENTO che, signore indiscusso della scena, muoveva piegando e scuotendo tutte le spighe del grano che cresceva vicino, e i papaveri, mantello purpureo di un invisibile gigante che si prostrava ai piedi del treno. Il movimento, un immenso mondo che si muoveva all’unisono, e tutto, d’un tratto, mutava.  Il tempo di fotografarlo nella mente, sciocco tentativo di imprimersi il più a lungo nella memoria quell’emozione, ed ecco che nuovamente, crudelmente, così come il mondo era cambiato, il mondo tornava quello di prima, inesorabile. Già da lì, già da quello spettacolo mascherato di meraviglia, avrei dovuto capire la PROVVISORIETA’ delle cose.”

Elsa buttò fuori tutta l’aria che inconsciamente tratteneva nei polmoni. Apnea, sempre in apnea, ogni volta che di getto scriveva. Posò la matita, strappò il foglio dal suo Moleskine e iniziò a camminare. Passi piccoli e nervosi, gli occhi di rapace ad abbracciare ogni angolo del suo regno.
Alla fine le sue mani colsero un Dostoevskji, e quel pezzo della sua anima finì a giacere tra le pagine di quel libro. Sospirò, solo ora che il tutto era nascosto agli occhi di chiunque, placida e appagata nell’usuale rituale che le dava la vita. Sorrise, svuotata.

“La cura delle parole” si chiamava il suo nido – perché davvero le parole scritte erano divenute la sua medicina. Una libreria nel centro storico della città, ampie vetrate attraverso le quali lei osservava il mondo, al sicuro, circondata dai suoi libri, per i quali nutriva un sentimento forte, a volte eccessivo e malato e distorto, libri che erano divenuti parte di lei, estremità, cuore e polmoni, parte invisibile di lei, quella parte che le dannava l’anima, quella che l’aveva riempita di brama, e di desolazione, quella parte che lei non aveva mai avuto.
Figli.
Ecco cos’erano per lei.
Figli di carta, figli ai quali raccontava di lei.
Lì dentro, pareti di mattoncini scuri facevano da muro, e numerose e bizzarre nicchie con mensole di vecchio e logoro legno, disposte qua e là secondo un ordine apparentemente casuale, tagliavano orizzontalmente lo spazio, come tanti gradini che salivano al tetto. Poi, piccoli angoli con cuscini variopinti gettati a terra, coriandoli di colore che formavano figure sempre diverse.
La gente che entrava capiva da subito che quelli erano degli inviti, un’esortazione a fare amicizia con i libri, a sedersi, prenderli tra le mani, sfogliarli, sentirne l’odore, lasciarsi ammaliare da quelle pagine stampate, innamorarsene, lasciarsi guarire da loro, perché ognuno, sempre, aveva qualcosa da cui doveva guarire, di questo ne era certa. E c’erano poi matite, sparse ovunque. Le teneva in piccoli vasi di terracotta, diversi tra loro, riempiti di sassolini di fiume, grigi e opachi, quasi polverosi. Le matite erano piantate dentro a testa in giù, pronte da impugnare. Infine, blocchi di carta, fogli da riempire con appunti e titoli e nomi di autori, come una lista della spesa compilata correndo, con l‘urgenza di non lasciarsi sfuggire un‘informazione arrivata alla mente per caso.

Ecco, Elsa voleva tutto questo, desiderava cioè che entrare nel suo negozio fosse sempre un’esperienza, rotonda e piena. L’aveva voluto così, era sgorgato tutto dalla sua anima, nato da pezzi partoriti – con dolore e fatica ma con estrema naturalezza -, pezzi di lei che dovevano vedere la luce dopo un viaggio intricato e complesso, tasselli che, dopo anni di nomadismo in solitudine, finalmente si riunivano.
Quella era lei, ”La cura delle parole” era l’immagine di lei allo specchio, era la sua anima denudata, alfine, e messa lì, davanti agli occhi di chiunque avesse saputo capire.
Il negozio era nato dal nulla otto anni prima, quando era stata certa che, se non avesse cominciato a vivere, sarebbe morta.

Il trillo del telefono la scosse.
Vittorio, pensò. Erano sposati da ventiquattro anni, e da allora il suo mondo era divenuto morbido e sicuro. Una realtà di vetro, in cui lei stava sempre un passo indietro.
Si accorse, stavolta come tutte le altre volte, di sentirsi irrigidita. I muscoli delle braccia. I muscoli delle gambe. Le mani stesse, mentre prendevano il cellulare. Il viso, mentre si preparava a rispondere. Il tutto era impercettibile. Un occhio esterno non avrebbe notato nulla, mai nessuno notava nulla. O forse sì??, si chiese, mentre anche la voce si atteggiava all’usuale modulazione. ”Ciao tesoro. Si, sto chiudendo. Va bene, ci troviamo ”Da Vinicio”, allora. A tra poco.” Lui era prodigo. Elargiva tutta la tenerezza di cui si riteneva capace alla donna che divideva con lui la vita da anni, ormai. Era attento ai suoi umori, si preoccupava se non le vedeva sorridere gli occhi, pur senza farle mai domande. Era una coperta. Una coperta spessa e calda che le stava tutt’intorno, non facendole sentire freddo mai, non facendole sentire niente, mai, semplicemente. Elsa tremava, a volte. Si immaginava nuda, senza quella dannata coperta, e le mancava il fiato. Vittorio l’aveva sapientemente rivestita, e lei non riusciva più a vedersi senza di lui. L’amava, di questo ne era certa, l’aveva sempre amato. Nonostante con lui si trattenesse sempre, nonostante con lui si sentisse come se non riuscisse a spalancare del tutto le braccia, come se fosse sempre mezza chiusa, nonostante tutto questo, l’amava. Non posso certo biasimarlo se non riesce a vedere in me, non posso dare a lui le colpe del mio eterno sentirmi vagante e fuori posto… Cristo! Un’altra vita vorrei, un’altra, che questa non la si può toccare.

Mise un’energia particolare in quest’ultima parola, la pensò come se la stesse urlando, giacché quello era il suo modo di urlare.
Si ravviò i capelli e li raccolse in un improvvisato chignon.
Era una donna che occupava lo spazio con una innata eleganza, un’eleganza che era motivo d’invidia e  d’ammirazione da parte di chi la osservava. Sorrideva; il suo sorriso la precedeva sempre, e questa era la prima cosa che colpiva chiunque. Non v’era nulla di affettato in quel suo moto, nulla che potesse infastidire. Inevitabilmente, chi la incontrava ne veniva contagiato. Il suo viso era lì, a testimoniare la sua naturale abitudine a sorridere; attorno agli occhi reticoli sottili e profondi, piccoli fiumi che rigavano la sua pelle. Le davano un’aria serena, di quella serenità che deriva dalla saggezza dell’età. Era un viso che parlava, che molto aveva da dire, a chi avesse saputo ascoltare. Lei aveva imparato ad ammaestrarlo, perché niente la infastidiva più dell’invasione della sua intima essenza. Aveva eretto negli anni un solido muro che la proteggeva dalla sua stessa estrema sensibilità e la difendeva dagli attacchi della gente; aveva imparato a non lasciar trapelare nulla. A volte però la cecità altrui la infastidiva e il suo desiderio di uscire allo scoperto aveva per un attimo il sopravvento. Ma è davvero così difficile vedere come sto? E’ davvero troppo immaginare che qualcuno si accorga di questi miei giorni che, uno dopo l’altro, infilo come in una collana, uno uguale all’altro, splendidi e freddi e perfetti e assolutamente inutili??

Un’onda nervosa la percorse tutta, e la lasciò stizzita.
Raccolse i soldi dalla cassa, si avvicinò per spegnerla alla candela che teneva accesa sul suo tavolo da lavoro, ma prima di soffiare annusò. Fu come se un invisibile profumiere avesse liberato nell’aria per lei il contenuto di un suo segreto flacone. Una fragranza viva aleggiava sospesa; Elsa buttò dentro tutta quella bellezza, e si calmò. Era così dannatamente semplice, a volte, allentare le tensioni… e allora perché…?
Soffiò, infine. I suoi movimenti persero la legnosità rabbiosa di un attimo prima. Tornarono veloci, ma dolci, era un treno che rientrava nei binari. Spense le luci e uscì, dando la buonanotte a  tutti quei suoi figli.

 

CAPITOLO DUE

La nebbia di novembre era regina, quella mattina. Era così bello sudare in mezzo a quell’aria fredda. Gabriele si sentiva vivo. Come se tutte le parti che componevano il suo essere fossero sull’attenti, alcune – la maggioranza, in realtà – solitamente dimenticate nell’oblio del travaglio giornaliero. Correva ogni giorno, con ostinata metodicità, prima di iniziare quello che lui chiamava il suo “giorno pubblico”, nel quale era di tutti. Correva per essere solo per se stesso. Quello era il momento in cui poteva non sentirsi forte, o saggio, o concreto: smetteva i panni del marito e del padre e del professionista, e rimetteva quelli a lui più cari, quelli che per il resto della giornata finivano srotolati a terra e calpestati, a volte anche dai suoi stessi piedi. Era un uomo di trentotto anni, con una vita che egli stesso riteneva facile, ora. La sua famiglia, la sua casa, il suo lavoro, tutto sembrava come aver trovato con semplicità il proprio posto in un grande disegno, procedendo con ordine e secondo uno schema che pareva essere stato predefinito da qualcuno, in principio. Lui era soddisfatto di come le cose scorrevano; amava fermarsi per un attimo in disparte e stare a guardare come esse funzionassero a meraviglia, come telecomandate. Si sentiva padrone finalmente, padrone della sua stessa vita. E questo lo faceva stare bene, al sicuro da qualsiasi antico richiamo. Era un uomo che paventava ogni cambiamento; temeva di non riuscire a controllare gli eventi, se questi se ne fossero andati per conto loro senza preavviso. Nascondeva infatti una sensibilità esasperata sotto una dura corazza, corazza che si cuciva addosso giorno per giorno con estrema abilità, ormai da anni. Quella stessa sensibilità l’aveva accompagnato sin da piccolissimo nella sua personale scoperta del mondo, e Dio solo sa quanto ne avesse poi sofferto. Non era da uomini, ecco. Non lo era piangere e ridere e commuoversi e stupirsi delle cose sempre di più di tutti i suoi amici. Suo padre gliel’aveva fatto capire chiaramente, e il suo fiore non era più sbocciato. Il suo compito era divenuto molto elementare: bastava non dare sfogo alle emozioni in modo eccessivo, cosicché nessuno mai avrebbe potuto giudicarlo uno sciocco. Attraverso il dominio di sé riusciva a dominare gli altri.

Ultimò il consueto giro passando dall’edicolante che ormai lo scorgeva arrivare da lontano, l’esatto importo dovuto già in mano, per i quotidiani che ogni mattina leggeva prima di uscire di casa. Pronto, doveva sempre essere pronto, prima di presentarsi agli altri. Detestava farsi prendere in fallo o non avere parole da dire riguardo a un argomento. Era meticoloso e calcolatore fino all’eccesso, semplicemente perché questo modo di vivere lo faceva sentire al riparo. Era stato cresciuto secondo uno stile rigido, che aborriva ogni perdita di controllo, e per questo non esisteva più in lui nemmeno una piccola stanza nella quale potesse lasciarsi andare, un luogo dell’anima adibito all’urlo. Gli unici sprazzi di un’emozione che sgusciava fuori da quello stretto laccio erano quando correva, come quella mattina, o quando leggeva, o ascoltava la sua musica. Nemmeno quando prendeva tra le braccia Cristina, nemmeno quando giocava con i suoi figli. La vita gli aveva insegnato a non essere vulnerabile.

Rientrato a casa, trovò la moglie alle prese con la preparazione della colazione.
“Buongiorno. Hai dormito bene?” , le chiese sfiorandole le labbra con le sue.

“Non proprio. Un problema che devo risolvere in ufficio mi tormenta. Tu? Bella corsa?” “Si, solita.”

E volò in doccia.
Il loro rapporto era questo, anime trattenute che si parlavano. Ruotavano intorno l’uno all’altra senza contaminarsi mai troppo, dandosi quello che era loro necessario e mai nulla di più, un incastro perfetto, un’unione splendidamente riuscita. Stavano insieme, così, da sempre, fin da adolescenti. Si erano sorretti negli anni delle loro ascese professionali, avevano deciso di avere due figli nei primi tempi del loro matrimonio, ora continuavano a viversi accanto, uno a fianco all’altro, paralleli e distanti, perché così tutto funzionava a meraviglia. Era questo l’unico modo di vivere che Gabriele ammetteva.
Dalla tavola colorata e profumata di caffè si levava già il chiacchiericcio chiassoso e concitato dei bambini. Le loro conversazioni mattutine vertevano sempre sul resoconto dei sogni fatti durante la notte. Filippo amava terrorizzare la sorella con immagini di mostri notturni mollicci e appiccicosi, godeva del potere che quei racconti sembravano riconoscergli. Anna finiva sempre per cercare protezione tra le braccia di papà, implorando che la smettesse, piccole mani sporche di marmellata a tapparsi le orecchie, urla piagnucolose e strozzate. Poi, arrivava Cristina, che ristabiliva in un attimo l’ordine perduto.
In quei momenti, prima dell’intervento della moglie, Gabriele diveniva attore in prima persona di quel piccolo dramma di famiglia, si riconosceva nella sofferenza della figlia e riviveva sulla sua pelle sensazioni provate nelle mattine di tanti anni addietro. Ma restava lì, incapace di difenderla, perché non era giusto dimostrarsi così deboli, perché così avevano insegnato a lui, e questo era quello che anche lei doveva imparare.
“Date un bacio a papà e raccogliete i vostri zaini, veloci, o faremo tardi a scuola!”
I bimbi volarono via con la mamma, e con essi tutto il rumore che sembrava cucito addosso ai loro abiti.
Gabriele cercò finalmente il suo libro per gli usuali ultimi dieci minuti di tempo dedicati a se stesso prima di partire alla volta dell’ufficio.
Grossman, quello era il periodo di David Grossman. Aveva l’abitudine di segnare sulla sua agenda data di inizio e di fine di ogni nuova lettura che intraprendeva, gli piaceva avere sotto gli occhi, sempre, tutti quei titoli, mondi enormi e a lui indispensabili, racchiusi in universi così piccoli.
Si stese sulla chaise-longue e iniziò il suo viaggio. Qualcosa, però, attirò la sua attenzione: un rigonfiamento lieve, che era certo di non aver visto prima, quasi impercettibile, una manciata di pagine più avanti del suo segnalibro.
Andò a cercarne la causa quasi con fastidio, il pensiero che qualcuno in casa avesse messo mano al suo libro lo urtava. Quello era il suo universo, e ogni invasione era quanto mai inopportuna. Il fatto che Cristina, o i bambini magari, o Emma forse – la signora che si occupava dell‘ordine e della pulizia in quella casa da anni – avessero sfogliato le sue pagine e ci avessero lasciato dentro qualcosa, lo innervosiva.

Con movimenti veloci arrivò al dunque e quello che trovò lo lasciò per un attimo interdetto.
Un foglio ripiegato in due – Un Moleskine senza ombra di dubbio, sì – pieno di una grafia sottile e delicata. Un mare di parole grigie, a matita, figlie di una mano che lui non riconosceva.
Ma chi diavolo l‘ha messo qui …?
Iniziò a leggere, deciso a sciogliere al più presto quel mistero.
“Da quando ho scoperto questa crepa nel vetro della mia auto, ogni volta che salgo la mia prima occhiata cade lì, in basso a destra. Pare il solco fatto da un fiume che poco alla volta trova la sua strada verso il mare finale – e il mio mare, dov’è il mio dannato mare?? -
Il suo movimento è il movimento del tempo. Parla dell’inesorabile, di un ciclo costante e senza sosta. Tenerlo d’occhio è il mio modo di tentare un controllo, mentre questa linea sempre più decisa e piena di sé mi avanza dinanzi agli occhi.
Come uno di quei MOSTRI dei videogiochi, che vivono mangiando quello che trovano sul proprio cammino e diventano sempre più lunghi, forti e odiosi… E tu, a provare a girargli le spalle, chiedendo una tregua, ingannando te stesso…
Ma eccolo, di nuovo, te lo ritrovi davanti, bocca spalancata, denti affilati in un ghigno sempre più marcato su quel volto sgradevole. ”
Gabriele prese fiato.
Chi può aver scritto questa roba?, si chiese confuso.
Poi proseguì, incapace di staccare gli occhi da quelle parole, come ipnotizzato.
“La mia scoperta del tempo me la ricordo bene …
Sei anni, impeccabile nel mio grembiulino bianco, un ingombrante fiocco rosso al collo a distinguermi dal blu dei miei compagni maschi. Frangia ribelle e tanti spazi vuoti tra i dentini, una voglia matta di imparare, ogni giorno un boccone di vita alla mensa della scuola.
Quel giorno, la lezione aveva per argomento la lettura dell’orologio, il significato di due lancette che girano instancabili e senza sosta in una corsa senza fine apparente. Arrivai a casa saltellando, impaziente di raccontare a mia madre la nuova scoperta!
Ricordo che per tutto il giorno non feci che mettermi alla prova chiedendo a chiunque di farmi leggere l’ora sul suo polso…
Ciò che mi eccitava allora era la sottile differenza tra un orologio e un altro, manciate di secondi in più o in meno capitate per caso qua e là. Stilavo una mia personalissima classifica, nella mia mente vinceva sempre chi segnava l’ora più avanti, chi ”aveva più tempo”. Idealmente lo premiavo e lo ammiravo per la sua ricchezza … Quanta AMAREZZA oggi nel ricordare quell’ingenuità perduta, quel modo assolutamente pulito e privo di consapevolezza di tenere gli occhi incollati all’orologio!  Poter salire in macchina e guardare a quella crepa sul vetro vedendo solo la particolarità del suo disegno, la stranezza di quella linea senza regola che taglia in due uno spazio …Vorrei avere un FIGLIO !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Ora, un figlio, un figlio, un figlio!, che fosse LUI lo specchio quotidiano dell’avanzare del tempo, custode di un tempo benevolo, però, che costruisce e non distrugge, che fa crescere, un tempo che se ne va via e lascia ricchi, pieni di un’eredità vivente, sotto gli occhi di tutti.QUEL tempo, quello sì che avrebbe un senso, un campo seminato senza maggese, frutti da cogliere giornalmente, un tempo dove nulla è scontato e le ore non passano PER NIENTE!  E una riga che segna un vetro di un’auto non fa più paura …”