La cura delle parole – Capitolo Primo

“Quando ero piccola, allora, allora sì che il mio mondo era immenso! Io e mio fratello passavamo interi pomeriggi alla scoperta di tutto ciò che di nuovo ci circondava. Ci eravamo trasferiti da poco in un quartiere della città che ancora era agli albori. La nostra era una delle poche case che, con discrezione, facevano timidamente capolino in quel mare grande e irregolare di prati e campi di papaveri. Ricordo la ferrovia, strada ferrata che quel mare lo solcava con perizia, e il treno, che pareva una nave solitaria, tanto era sconfinato lo spazio che gli ruotava attorno. Arrivava dapprima un fischio, vago e sottile, pulito e veloce, senza ostacoli sonori a frapporsi tra lui e noi, lì, fermi ed eccitati con gli occhi e il cuore straripanti di ATTESA. Poi, un puntino in lontananza, e il cuore cominciava a battere di più. Io e Giacomo a darci di gomito, l’ho visto prima io, no io. Quindi, un lampo, un lampo enorme grigio e imponente, un rumore assordante e noi lì, ancora, inebetiti, a fare ciao con la manina. E quella sensazione meravigliosa, che ancora oggi è una delle cose per le quali è bello vivere, del VENTO che, signore indiscusso della scena, muoveva piegando e scuotendo tutte le spighe del grano che cresceva vicino, e i papaveri, mantello purpureo di un invisibile gigante che si prostrava ai piedi del treno. Il movimento, un immenso mondo che si muoveva all’unisono, e tutto, d’un tratto, mutava.  Il tempo di fotografarlo nella mente, sciocco tentativo di imprimersi il più a lungo nella memoria quell’emozione, ed ecco che nuovamente, crudelmente, così come il mondo era cambiato, il mondo tornava quello di prima, inesorabile. Già da lì, già da quello spettacolo mascherato di meraviglia, avrei dovuto capire la PROVVISORIETA’ delle cose.”

Elsa buttò fuori tutta l’aria che inconsciamente tratteneva nei polmoni. Apnea, sempre in apnea, ogni volta che di getto scriveva. Posò la matita, strappò il foglio dal suo Moleskine e iniziò a camminare. Passi piccoli e nervosi, gli occhi di rapace ad abbracciare ogni angolo del suo regno. Alla fine le sue mani colsero un Dostoevskji, e quel pezzo della sua anima finì a giacere tra le pagine di quel libro. Sospirò, solo ora che il tutto era nascosto agli occhi di chiunque, placida e appagata nell’usuale rituale che le dava la vita. Sorrise, svuotata.

“La cura delle parole” si chiamava il suo nido – perché davvero le parole scritte erano divenute la sua medicina. Una libreria nel centro storico della città, ampie vetrate attraverso le quali lei osservava il mondo, al sicuro, circondata dai suoi libri, per i quali nutriva un sentimento forte, a volte eccessivo e malato e distorto, libri che erano divenuti parte di lei, estremità, cuore e polmoni, parte invisibile di lei, quella parte che le dannava l’anima, quella che l’aveva riempita di brama, e di desolazione, quella parte che lei non aveva mai avuto. Figli. Ecco cos’erano per lei. Figli di carta, figli ai quali raccontava di lei. Lì dentro, pareti di mattoncini scuri facevano da muro, e numerose e bizzarre nicchie con mensole di vecchio e logoro legno, disposte qua e là secondo un ordine apparentemente casuale, tagliavano orizzontalmente lo spazio, come tanti gradini che salivano al tetto. Poi, piccoli angoli con cuscini variopinti gettati a terra, coriandoli di colore che formavano figure sempre diverse. La gente che entrava capiva da subito che quelli erano degli inviti, un’esortazione a fare amicizia con i libri, a sedersi, prenderli tra le mani, sfogliarli, sentirne l’odore, lasciarsi ammaliare da quelle pagine stampate, innamorarsene, lasciarsi guarire da loro, perché ognuno, sempre, aveva qualcosa da cui doveva guarire, di questo ne era certa. E c’erano poi matite, sparse ovunque. Le teneva in piccoli vasi di terracotta, diversi tra loro, riempiti di sassolini di fiume, grigi e opachi, quasi polverosi. Le matite erano piantate dentro a testa in giù, pronte da impugnare. Infine, blocchi di carta, fogli da riempire con appunti e titoli e nomi di autori, come una lista della spesa compilata correndo, con l‘urgenza di non lasciarsi sfuggire un‘informazione arrivata alla mente per caso.

Ecco, Elsa voleva tutto questo, desiderava cioè che entrare nel suo negozio fosse sempre un’esperienza, rotonda e piena. L’aveva voluto così, era sgorgato tutto dalla sua anima, nato da pezzi partoriti – con dolore e fatica ma con estrema naturalezza -, pezzi di lei che dovevano vedere la luce dopo un viaggio intricato e complesso, tasselli che, dopo anni di nomadismo in solitudine, finalmente si riunivano. Quella era lei, ”La cura delle parole” era l’immagine di lei allo specchio, era la sua anima denudata, alfine, e messa lì, davanti agli occhi di chiunque avesse saputo capire. Il negozio era nato dal nulla otto anni prima, quando era stata certa che, se non avesse cominciato a vivere, sarebbe morta.

Il trillo del telefono la scosse. Vittorio, pensò. Erano sposati da ventiquattro anni, e da allora il suo mondo era divenuto morbido e sicuro. Una realtà di vetro, in cui lei stava sempre un passo indietro. Si accorse, stavolta come tutte le altre volte, di sentirsi irrigidita. I muscoli delle braccia. I muscoli delle gambe. Le mani stesse, mentre prendevano il cellulare. Il viso, mentre si preparava a rispondere. Il tutto era impercettibile. Un occhio esterno non avrebbe notato nulla, mai nessuno notava nulla. O forse sì??, si chiese, mentre anche la voce si atteggiava all’usuale modulazione. ”Ciao tesoro. Si, sto chiudendo. Va bene, ci troviamo ”Da Vinicio”, allora. A tra poco.” Lui era prodigo. Elargiva tutta la tenerezza di cui si riteneva capace alla donna che divideva con lui la vita da anni, ormai. Era attento ai suoi umori, si preoccupava se non le vedeva sorridere gli occhi, pur senza farle mai domande. Era una coperta. Una coperta spessa e calda che le stava tutt’intorno, non facendole sentire freddo mai, non facendole sentire niente, mai, semplicemente. Elsa tremava, a volte. Si immaginava nuda, senza quella dannata coperta, e le mancava il fiato. Vittorio l’aveva sapientemente rivestita, e lei non riusciva più a vedersi senza di lui. L’amava, di questo ne era certa, l’aveva sempre amato. Nonostante con lui si trattenesse sempre, nonostante con lui si sentisse come se non riuscisse a spalancare del tutto le braccia, come se fosse sempre mezza chiusa, nonostante tutto questo, l’amava. Non posso certo biasimarlo se non riesce a vedere in me, non posso dare a lui le colpe del mio eterno sentirmi vagante e fuori posto… Cristo! Un’altra vita vorrei, un’altra, che questa non la si può toccare.

Mise un’energia particolare in quest’ultima parola, la pensò come se la stesse urlando, giacché quello era il suo modo di urlare. Si ravviò i capelli e li raccolse in un improvvisato chignon. Era una donna che occupava lo spazio con una innata eleganza, un’eleganza che era motivo d’invidia e  d’ammirazione da parte di chi la osservava. Sorrideva; il suo sorriso la precedeva sempre, e questa era la prima cosa che colpiva chiunque. Non v’era nulla di affettato in quel suo moto, nulla che potesse infastidire. Inevitabilmente, chi la incontrava ne veniva contagiato. Il suo viso era lì, a testimoniare la sua naturale abitudine a sorridere; attorno agli occhi reticoli sottili e profondi, piccoli fiumi che rigavano la sua pelle. Le davano un’aria serena, di quella serenità che deriva dalla saggezza dell’età. Era un viso che parlava, che molto aveva da dire, a chi avesse saputo ascoltare. Lei aveva imparato ad ammaestrarlo, perché niente la infastidiva più dell’invasione della sua intima essenza. Aveva eretto negli anni un solido muro che la proteggeva dalla sua stessa estrema sensibilità e la difendeva dagli attacchi della gente; aveva imparato a non lasciar trapelare nulla. A volte però la cecità altrui la infastidiva e il suo desiderio di uscire allo scoperto aveva per un attimo il sopravvento. Ma è davvero così difficile vedere come sto? E’ davvero troppo immaginare che qualcuno si accorga di questi miei giorni che, uno dopo l’altro, infilo come in una collana, uno uguale all’altro, splendidi e freddi e perfetti e assolutamente inutili?? 

Un’onda nervosa la percorse tutta, e la lasciò stizzita. Raccolse i soldi dalla cassa, si avvicinò per spegnerla alla candela che teneva accesa sul suo tavolo da lavoro, ma prima di soffiare annusò. Fu come se un invisibile profumiere avesse liberato nell’aria per lei il contenuto di un suo segreto flacone. Una fragranza viva aleggiava sospesa; Elsa buttò dentro tutta quella bellezza, e si calmò. Era così dannatamente semplice, a volte, allentare le tensioni… e allora perché…? Soffiò, infine. I suoi movimenti persero la legnosità rabbiosa di un attimo prima. Tornarono veloci, ma dolci, era un treno che rientrava nei binari. Spense le luci e uscì, dando la buonanotte a  tutti quei suoi figli.

Comments

  1. Guido

    Molto bello, aspetto con ansia di poter leggere il libro!
    Un abbraccio!
    Guido