Un imprevisto, una piccola tessera di un puzzle che sembra coincidere con le rispettive parti e che si rivela, invece, e inaspettatamente, l’unico pezzo mancante di una verità che non doveva venire a galla. Un insignificante granello di sabbia adagiato sulla riva dei ricordi in grado di dare origine a una tempesta che stravolge e annienta un’intera vita di false speranze e occasioni mancate.

 

PROLOGO

Maggio 2012
Suonano alla porta. Quando va ad aprire, si trova davanti un uomo di mezza età. Lo scruta, cercando di ripescare dalla sua memoria quella faccia, ma non ci riesce.
C’è qualcosa che le toglie il sorriso, in lui. Una familiarità venuta da chissà dove.
«Buongiorno. Sto cercando il professor Corvini». La risposta arriva veloce, non sa nemmeno da dove.
«Il professore non c’è. Chi lo cerca?»
Le si chiude la gola, come se si stesse ritirando. Fa un passo indietro e attende inquieta, odiando inspiegabilmente l’uomo che ha di fronte e la ragione che l’ha portato lì da lei, qualunque essa sia.

 

CAPITOLO UNO

Oggi
È il canto di un uccello a svegliarlo. Un suono ostinato, di chi per la prima volta – così gli pare – si presenta alla compagnia. Note nuove, quindi, che irrompono nel suo cervello
trascinandolo fuori dalla fase del sonno.
Gli occhi vagano per qualche secondo per la spaziosa penombra che abita la sua stanza da letto, ambito conosciuto ormai a memoria, in ogni suo singolo androne. Poi, un movimento meccanico del braccio, a portargli il polso vicino abbastanza da riuscire a leggere l’ora senza l’ausilio degli occhiali. Il cinturino di cuoio smunto parla di anni di vita vissuta insieme alla pelle di quel braccio, portando sempre con estrema eleganza una ghiera d’oro a incorniciare un quadrante color avorio sul quale numeri romani – d’oro anch’essi – se ne stanno, paciosi, a veder passare il tempo, indolenti.
«Le sei…»
Tutto è quiete in quell’immagine. La luce filtra pigramente dagli scuri semichiusi – teme il buio, fin da quando era bambino; usa tenere aperte sottili fessure dalle quali il sole possa intrufolarsi non appena abbia iniziato il suo corso giornaliero - spalmando ogni cosa di un tenue color crema. Le tende fiorite non creano ostacoli all’arrivo del giorno, come per un tacito accordo preventivo; il letto è posto proprio davanti al grande finestrone, di una misura davvero insolita, come molte altre cose in quella casa bizzarra, intrisa d’erba, che piano piano scende dolcemente alla riva. Vi convivono i rumori più eterogenei tra quelle pareti: le onde sempre diverse del mare, tempestose e placide e stanche e arrabbiate, senza tregua; il canto stridulo dei gabbiani, padroni incontrastati dell’azzurro di ogni angolo di cielo; e l’aria poi, l’aria che trasforma il legno in ugole di felini, dando luogo a miagolii striscianti che certe sere, ancora, fanno rabbrividire.
Tutto questo, e altro ancora, riempie le stanze in maniera disomogenea ma, in qualche modo, costante; quell’uccello mancava, però. Ed ecco il motivo per cui si è svegliato.
Si decide ad alzarsi, cercando con fare avvezzo le pantofole ai piedi del suo letto. Spalanca le ante della grande finestra e beve tutto d’un fiato – come è solito fare – l’immensa mole della luce che inonda all’istante il suo regno. Ci son mattine che il cielo e il mare, lì davanti, sono indistinguibili: Ludo si diverte spesso a immaginarseli in accoppiamento, tale è il grado di osmosi tra i due; entrambi consenzienti, sconfinano, semplicemente, contagiandosi in spazio e colore.
Altre volte, come quel giorno, la linea di demarcazione tra le due entità è talmente netta da sembrare una ferita, una frontiera, un avvertimento; non c’è dolcezza in quella vista, ma piuttosto un ammonimento.
Aggrottando le folte sopracciglia bianche, si avvia con passo un po’ trascinato fuori dalla stanza. La porta della camera da letto di sua moglie è socchiusa ma non vi sbircia dentro, per paura di svegliarla; prosegue invece per l’ampio corridoio in parquet fino alla cucina. C’è un grande, vecchio orologio marrone appeso alla parete di destra; ogni volta, entrando dalla porta, è lui ad accogliere gli ospiti, come un anziano maggiordomo: con fare garbato ed elegante, rapisce il tempo e lo fa passare attraverso sbarre di legno che racchiudono un pendolo scintillante. Qui, i secondi paiono quasi perdersi in un gioco rotondo, leggeri e felici, rallentando la loro corsa; è come se da lì il tempo esca ripulito, più mite, e il rintocco dell’orologio altro non è che il suono delle risa di quei singoli secondi che riempiono la stanza.
Si prepara veloce un tè e si dirige silenzioso, con la tazza in mano, alle veneziane, aprendole un po’, giusto per sbirciarvi attraverso lo stato del mare quella mattina. Nota subito, però, il tavolo della veranda già apparecchiato, con la tovaglia a fiorellini bianchi e azzurri che di solito usano per le loro colazioni. Per la seconda volta, nel giro di una manciata di minuti, si ritrova ad aggrottare le sopracciglia: se Miriam è ancora a letto, chi mai ha preparato tutto a quel modo? Appoggia la tazza sulla credenza e si dirige verso la porta, curioso di vederci chiaro.
Lo colpisce ciò che trova una volta fuori: c’è una sola tazza e un piatto, insieme a un cucchiaio e un coltello. Per quale motivo non è preparato per due? Si avvicina ulteriormente e vede ciò che ancora non aveva notato: un pacco posato vicino alle ceramiche, carta grezza a ricoprirlo e dello spago marrone a tenerlo chiuso.
E sopra al piatto un semplice biglietto.
Rientra immediatamente in casa a cercare i suoi occhiali, non può più leggere nulla senza di essi, da anni ormai. Li cerca silenziosamente, attento a non fare rumore, convinto di dover risolvere la questione senza la presenza della moglie. Li trova, infine, sopra a un libro di poesie. Quando è fuori, e con il pezzo di carta finalmente ben distinto in mano, riconosce in esso la grafia che sa a memoria. Poche le righe:

Buon anniversario, Ludo.
Cinquant’anni insieme abbisognavano di un regalo particolare. Capirai
tutto pian piano, leggendo.
Tua Miriam.
P.s. Non cercarmi; mi allontano da casa per tre giorni, ti lascio solo, con
il mio regalo.